R Recensione

7/10

Ron Sexsmith

Exit Strategy Of The Soul

Piccolo retroscena tecnico: questo Exit Strategy Of The Soul è un disco maledetto. Non che intoni spaventose odi sataniche se suonato al contrario o che si sia macchiato del sangue dei tecnici del suono durante la registrazione. Tutt'altro. L'atmosfera qui è idilliaca, il sole splende tiepido e gli uccellini cinguettano beati. E il punto è proprio questo ...

Prenotato dagli impavidi recensori di Storia per una degna dissertazione è stato via via abbandonato, passato in giro come l'omino nero. Lo ammetto: io stesso stavo per rinunciare, per passare il testimone a qualche altro sfortunato. E se sono qui a scrivere è solo per un fiero stoicismo Settembrino.

Perchè la verità è che i dischi di Ron Sexsmith non hanno bisogno di un recensore. Né di una recensione. Cerchiamo di essere ancora più espliciti: dal 1991, anno in cui è stato “scoperto” dalla stampa di settore e annunciato come next big thing l'efebico cantautore canadese incide, grosso modo, lo stesso disco.

E' musica che risulterà insopportabile a chi odia il cantautorato più morbido e zuccherino, e che all'opposto farà sbrilluccicare di lacrime commosse gli occhi di coloro che hanno le gigantografie di Paul appese in salotto, che si svegliano la mattina ascoltando Alison e vanno a letto sentendo Oliver's Army, e che credono che Sondre Lerche sia il futuro della musica. Quelli che ancora aspettano che esploda il fenomeno Ben Folds. E magari anche quello Sexsmith ...

Nemmeno la gang di Cubani assoldati dal produttore Martin Terefe riesce a scuotere la flemma del canadese . E se non ci riesce il calore latino dei cubani come potrebbe cambiare qualcosa la comparsa in punta di piedi della connazionale Feist in Brandy Alexander ? Si, insomma, qualcuno ha provato a dire che questa volta spuntano riflessi soul nelle composizioni, complici i fiati di cui sopra. E, si, insomma, qualcosa bisognerà pur inventarsi su questo disco.

La verità è che l'unica vera differenza  tra ora e 10 anni fa è che se allora si parlava di un incrocio tra McCartney e Costello, ora si può parlare di un “suono” alla Sexsmith. Il che è già qualcosa, oseremmo dire. Ma ci riporta, appunto, alla casella di partenza: se non avete mai potuto soffrire Sexsmith non sarà certo qualche fiato qua e là a farvi cambiare idea. Se siete invece estimatori del suo placido cantautorato zuccherino siete avvertiti: questo è uno dei suoi dischi buoni.

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