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R Recensione

7/10

Sigur Rós

Hvarf-Heim

Non è facile ascoltare un disco dei Sigur Rós.

Non perché la loro musica sia particolarmente inaccessibile e di difficile ascolto, quanto perché la loro dimensione si rivela del tutto particolare ed unica.

Per un ascolto serio e fruttuoso di un qualsiasi loro lavoro almeno due condizioni devono essere rispettate:

     1) la mente deve essere libera da qualsiasi scazzo di natura eccessivamente terrena e totalmente recettiva;

     2) le condizioni climatiche devono essere favorevoli, ovvero il più possibile simili a quelle che potremmo trovare in Islanda;

A questo punto possiamo finalmente addentrarci in quel mondo spirituale ed etereo proprio degli estatici paesaggi sonori dipinti dai nostri Sigur Rós.

Ci ritroviamo a vagare nelle nuvole anche con questo ultimo lavoro, il doppio Hvarf-Heim, ma i segni del tempo purtroppo si fanno sentire anche in paradiso…

Anche solo il fatto del formato, cioè del doppio cd, uno di inediti (pochi) e l’altro di versioni live di vecchi pezzi, induce a storcere un po’ il naso, facendo pensare ad una carenza di idee o ad un calo di creatività.

Ascoltando gli inediti fortunatamente questo scuro presagio si placa, perché alla fine dei conti si sta pur sempre parlando di un gruppo in gardo di vergare composizioni ben al di sopra della media.

Eppure non si può non constatare che oramai i nostri artisti hanno esaurito le cartucce, e hanno ancora poco da dirci, “accontentandosi” di riproporre le loro melodiose ed ariose suite, ormai quasi del tutto votate al post rock, senza più ambire a quel classicismo surreale presente nel magnifico “Ágætis Byrjun”.

Apre il primo cd la tenera “Salka”, accarezzata da impalpabili arpeggi e dalla voce angelica di Jón Þor Birgisson, la quale non può che incantarci come al solito con le sue litanie elfiche e trasportarci teneramente nella limpidezza cristallina di questo brano. Le percussioni non servono tanto per dare ritmo, quanto ad enfatizzare gli accenti e ad ornare gli apici emotivi del cantato con il loro scrosciare di rullante e piatti. Composizione bella ed incantevole.

Hljómalind” si presenta con una sensibilità più pop e pagana, conferita dalle semplici melodie delle strofe e dalla breve durata, ma dotata di una maggiore carica energica, in tutto il suo splendore nell’esplodere del ritornello, sfoggio di una bellezza aggressiva e dirompente, dove le chitarre trovano un ruolo maggiormente attivo, cosa già sentita nel precedente “Takk...”. Si tratta di un pezzo struggente e impetuoso.

Il carillon caramelloso della successiva “Í Gær” deflagra nella magniloquenza dell’organo, delle chitarre e della batteria, lanciate in un boato di pathos classicamente Sigur Ros-iano. Solo l’organo e la lenta batteria rimangono ad accompagnare il canto serafino di Birgisson, che vaga arioso e libero, tra effetti elettronici, ritorni di carillon, e che sfocia nuovamente nell’imperioso crescendo strumentale.

Il lento incedere degli archi di “Von” risulta però fin troppo sentito, e quando la voce fa capolino dopo tre minuti, il suo splendore viene attutito dall’assenza totale di “effetto sorpresa”. In poche parole sappiamo già tutto di quello che stiamo per sentire: un susseguirsi struggente di crescendo emozionali, di melodismi commoventi, di vocalizzi angelici… Il tutto per il solito candore gelido e limpido, ma oramai solo più pura espressione di un suono del tutto consolidato, e forse un tantino abusato.

Hafssól” è inaugurato dal basso e dalla marcetta della batteria, suonata però sui piatti, che contribuiscono a dare un insolito tono marziale/angelico al pezzo, finalmente completato all’arrivo della voce bianca del cantante. Sicuramente più coinvolgente della traccia precedente il brano scorre fluido e veloce, nonostante i nove minuti di durata, grazie allo scrosciare cromatico dei piatti, che obbligano gli altri strumenti ad assumere pose più scattanti, partendo dai violini pizzicati ed arrivando alle trombe che aprono il crescendo imperioso finale, che finisce però per implodere ed affidare la conclusione ad un intimismo strumentale in calando.

Per quanto riguarda il secondo cd non c’è molto da dire, si tratta di versioni praticamente identiche, solo un po’ più ripulite, dei successi precedenti, messe a disposizione dei fan più esigenti.

Nel complesso si tratta di un lavoro nettamente al di sopra della media rispetto alla musica del 2007, dotato di estrema sensibilità e di notevole capacità artistica e strumentale, ma considerando che i nostri quattro islandesi ci propongono pressappoco lo stesso suono da tredici anni, un giudizio oggettivo e serio non può non essere un tantino severo.

Rimane il fatto che gli appassionati del gruppo troveranno probabilmente anche in questo ultimo lavoro l’ennesimo gioiellino splendente, capace di fornire una colonna sonora perfetta per il periodo autunnale.

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 8 voti.
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REBBY 8/10
Vikk 7/10

C Commenti

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Vikk (ha votato 7 questo disco) alle 9:29 del 13 dicembre 2007 ha scritto:

carino, ma evitabile

simpatico interlude in attesa del disco nuovo;