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R Recensione

10/10

Akiko Yano

Japanese Girl

Dietro a ogni grande uomo c'è sempre una grande donna: pensateci un attimo, provate a calare i panni di questa fantomatica donna, e noterete che questo aforisma non è poi tutto questo gran complimento, quale lo si è voluto puntualmente intendere. È piuttosto una condanna vera e propria, specialmente per donne che grandi (anzi, grandissime) lo sono per davvero, costrette a rimanere nella penombra a causa di mariti, compagni, parenti o quant'altro che ne hanno oscurato totalmente la stella. Quando poi il tuo nome è Akiko Yano, e hai la (s)fortuna di imbatterti in un certo Ryuichi Sakamoto (non so se ce l'avete presente), stai pur certa che le strade che ti si parano davanti sono due, e non delle più entusiasmanti: o sei destinata alla damnatio memoriae, oppure quei pochi che si rammenteranno del tuo nome finiranno per ricordarti come la ex moglie di cotanto musicista. Senza nulla togliere allo smisurato talento di Sakamoto, sia in veste solista che come membro della Yellow Magic Orchestra (un disco come “Solid State Survivor” è e rimane una pietra di paragone per tutta la popmuzik a venire), la compagna con cui condivise un decennio intero di vita non aveva niente da invidiargli artisticamente parlando, in un dialogo tra pari che realmente fece scintille.

E invece, la sorte riservò ai suoi meriti sul campo tutt'altro destino: pianista e cantante dalla solida formazione jazz, con una lunga gavetta alle spalle nei club di Tokyo, nel 1975, a soli 20 anni, la giovane Akiko è una futura promessa della scena giapponese. Una tecnica sopraffina sposata ad una mirabile eccentricità interpretativa e un intenso carisma vocale erano biglietti da visita più che sufficienti affinché la ragazza si facesse largo tra le tante credibili nuove proposte. Così, dopo una breve comparsata in una band dedita al rispolvero del sound della Tin Pan Alley e un matrimonio andato in fumo altrettanto velocemente, le premesse per un debutto discografico erano più che una semplice ipotesi ventilata tanto per. Chi però ne aveva scorto il grande potenziale artistico, in quel della Philips, aveva in serbo per la musicista un trattamento del tutto speciale, al tempo riservato davvero a pochissimi eletti: se adesso l'incontro e lo scambio di vedute con artisti e producer occidentali è cosa quasi all'ordine del giorno, specialmente per popstar di grosso calibro (Ayumi Hamasaki e Namie Amuro in primissima linea), era decisamente più raro che ciò avvenisse negli anni Settanta, nonostante la diffusione in tempo reale delle suggestioni musicali provenienti dal Vecchio Continente e dagli States. Chiamare un'esordiente come la Yano a una sfida del genere significava quindi esporsi ad un rischio non da poco, sotto tutti i punti di vista.

Pericolo fugato senza troppi problemi: la giovane non si dimostra soltanto all'altezza della situazione, ma riesce a tenere testa pure all'estro di musicisti d'eccezione, assoldati appositamente per la causa. E se siete a conoscenza dei dischi di Lowell George e dei suoi Little Feat, beh, sapete di chi sto parlando (se invece non lo sapete, rimediatevi perlomeno i loro tre primi album: vi si aprirà un mondo). Una delle band simbolo del southern rock che incrocia la propria attitudine musicale, profondamente e fieramente a stelle e strisce, con quella di una ragazza dall'Estremo Oriente. Già immaginare un incontro simile, per gli standard del tempo, era avanguardia pura; pensare che proprio da questo incontro potesse nascere uno dei più misconosciuti capolavori degli anni 70, era spingersi forse un po' troppo in là con la fantasia. Eppure, spesso e volentieri la realtà spezza simili barriere, e un disco come “Japanese Girl” non fa altro che ribadirlo, grazie ad un bouquet unico di aromi e sensazioni.

Il rock sudista in un fittissimo scambio di opinioni con il jazz e le più remote tradizioni culturali del Sol Levante, si diceva: un progetto di dialogo e commistione portato avanti con una determinazione prodigiosa, al punto da battezzare le due facce del vinile rispettivamente “American Side” e “Japanese Side”. Non si tratta di un'inezia: se nel lato A la Yano si avvale della perizia strumentale della band statunitense, in quello B lo spazio è dominato dai collaboratori compatrioti, fiero sostegno ad un estro incontenibile. Il sincretismo sonoro delle due facciate non presenta infatti grosse discrepanze: Occidente ed Oriente incrociano i propri destini in continuazione, in una sorta di Via Della Seta musicale tracciata con cura dalla mente e dalle mani della cantautrice, che combina senza pudore ogni elemento a disposizione. Combinazioni virtuose ed elaboratissime, che Akiko non esita a spiattellare sin dall'incipit: “Kikyuu ni notte” è infatti capolavoro nel capolavoro, suite di sei minuti in cui la Nostra, con una grazia esecutiva capace comunque di improvvisi slanci d'impeto, macina e pesta armonie pianistiche (quel giro di note difficilmente vi uscirà dalla testa), percussioni latineggianti e un blues elettrico trés Miles Davis, in un climax vorticoso che alla prima parte, prettamente melodica, contrappone una lunga coda strumentale, pura frenesia scandita dal pianoforte, dalle chitarre spigolose/liquide di George e Barrere, dai tamburi sabbatici di Sam Clayton e Richie Hayward, nonché da un sintetizzatore (sempre cortesia di Akiko) il quale, al fine di massimizzare l'impatto drammatico/futuristico, stavolta scarta l'ipotesi dell'esposizione di un tema vero e proprio, preferendo la pura ricerca timbrica (e l'asciuttezza di linguaggio) di una semplice nota suonata in ottave man mano più acute, sino a lambire il suono agghiacciante di sirene d'allarme.  

L'incanto si ripete incontrastato lungo tutta quanta la scaletta, anche quando la componente autoctona fa sentire maggiormente il suo peso specifico. Melodie del folklore nipponico, costruite su ispidi tempi dispari e contrappuntate da flessuosi sintetizzatori in vena di “esotismo”, si sposano nel più caldo degli abbracci con la cadenza funky della chitarra e il canto suadente della Yano, impressionante nel fraseggio e nella padronanza tecnica anche quando non fa sfoggio di arditi equilibrismi o di bizzarre glossolalie, dalle parti di una Ella Fitzgerald. Anzi, nell'assecondare le proprie propensioni autoriali, nel flirtare senza timore con la forma-canzone, la musicista porta alle estreme conseguenze il suo peculiare meticciato artistico, sconfinando a più riprese nell'avanguardia  pop. Le congas che dettano il cammino di “Funamachi-uta part 2” (stranamente anticipata rispetto alla prima) ipotizzano esplosive contaminazioni con l'espressionismo del teatro kabuki e la ritualità delle cerimonie ufficiali, al passo di un pop jazzato che sembra anticipare molte delle soluzioni messe in campo da Kate Bush. Un discorso analogo vale per “Helicopter”, breve intermezzo per voce, archi e poco altro ancora, a tal punto verosimile da sembrare realmente il commento sonoro a una piéce di teatro orientale.

Merito anche delle spiccate qualità interpretative della Nostra, un caso anomalo (già a quei tempi) nel folto campionario di ugole femminili pronte a contendersi la piazza. A distanza di sicurezza, com'era prevedibile, dal registro composto delle vocalist kayokyoku, così come dal rigore aulico delle interpreti enka, Akiko mette a zittire stelle e stelline con una plasticità vocale davvero rarissima nelle cantanti nipponiche, attuali e non. Strisciante chanteuse jazz, virtuosa caratterista, affascinante folksinger, strampalata popstar: in poco più di trentacinque minuti di durata, “Japanese Girl” è un ineccepibile campionario di tutte le possibili e pensabili trasfigurazioni musicali dell'universo tinto di rosa. Il tutto, senza mai snaturare l'essenza del progetto, senza mai rendere macchiettistico l'elaboratissimo sortilegio tirato su per l'occasione. Nato come concept, l'album è tanto simulacro di pop art quanto raccordo tra gestualità antica e un'ipotesi di modernismo “sentimentale”. Anzi, con un pizzico di fantasia lo si potrebbe definire una nuova tappa nel cammino millenario del teatro musicale nipponico: operazione “estetico-archelogica” dove la “revisione” del materiale non si esaurisce nello shock dell'accostamento improbabile o nella cruda esposizione del reperto, ma nel gioioso riappropriarsi del suo significato originario e, al contempo, nel trovare nuove connessioni fra “quel” tempo e il tempo presente, scoprendoli intimamente legati, l'uno specchio (coloratissimo) dell'altro, in un perpetuo girotondo di maschere dislocato su un nastro di Möbius. Forse soltanto quel geniaccio di Van Dyke Parks aveva lavorato su premesse simili al momento di concepire opere come“Song Cycle” o “Discover America”, in entrambi i casi con risultati entusiasmanti ma ben lontani – geograficamente e musicalmente – da quelli raggiunti da Akiko Yano e dai suoi collaboratori. Nessuna, per chi scrive nemmeno Joni Mitchell, ha saputo gestire simili ambizioni con così tanta apparente semplicità, nessuna è riuscita nell'impresa di far sembrare come una cosa da niente un'impalcatura concettuale, ancor prima che musicale, così complessa e complicata, nei presupposti e nella realizzazione.

Un miracolo (sia detto con tutta la convinzione possibile) a cui purtroppo non è corrisposta la fortuna e la popolarità che forse gli spettava. Feticcio di una critica che lo ha sempre (giustamente) applaudito ed elencato tra i migliori dischi giapponesi di tutti i tempi, ma largamente ignorato dal pubblico che lo relegò a una modesta trentacinquesima posizione nella classifica Oricon (successive ristampe non ne hanno migliorato l'esito commerciale), “Japanese Girl” segnò l'avvento di un'artista straordinaria, del tocco magico di un'autrice che tra alti e bassi ha costruito una delle carriere più solide del “rock” giapponese (guadagnandosi il rispetto e l'acclamazione di grandissimi quali David Sylvian, i Chieftains, e molti altri ancora). Altro che ex moglie di Ryuichi Sakamoto insomma: Akiko Yano cammina sicura sui propri piedi senza alcun bisogno dei blasoni altrui. È giunta l'ora che si piantino nella terra anche i suoi, ché il suo nome ha dovuto starsene nascosto in soffitta fin troppo a lungo.

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loson 9/10

C Commenti

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loson (ha votato 9 questo disco) alle 8:49 del primo novembre 2013 ha scritto:

Disco e recensione immensi.