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R Recensione

7,5/10

Big Scary

Not Art

Sulla validità di questa rinnovata e piuttosto diffusa “maniera” di leggere l'indie-pop (una rilettura “arty” e sofisticata) potrà avere l'ultima parola soltanto il tempo. Lirismo neo-souleggiante, intelaiature armoniche rifinite e ricche, composizioni che innestano nel formato pop una complessità a tratti progressiva. Un'onda che da qualche tempo ha assunto una sua netta riconoscibilità: si prendano i mancusiani Money, i californiani Local Natives o, appunto, gli australiani Big Scary.

Not Art”, dicono loro mettendo le mani avanti, condividendo assieme alla propria generazione l'attitudine a non prendersi troppo sul serio, rifiutando le altisonanti categorizzazioni del passato. Il “facciamo solo musica” si tramuta però, nella sua falsa modestia, in un'attenzione certosina in fase di composizione e arrangiamento.

Tom Iansek e Joanna Syme danno così alle stampe un lavoro stilisticamente eterogeneo e dal ricchissimo spettro sonoro. Una scaletta incapace di conformarsi ad un'estetica dominante, per un incedere a balzi, nel segno di repentini cambi di registro. Così, se con l'affascinante intro di Hello, My Name Is si viene introdotti in una cavalcata lo-fi rock dalle pulsioni emo, il resto dell'album cambia rotta, lasciando all'opener un ruolo isolato, declamatorio. La seguente Luck Now procede su ben altre coordinate: un pattern scomposto di drum machine su cui si innestano partiture pianistiche che, assieme alle liriche corali e soul, imprimono un groove caldo e avvolgente, pieno nelle sue dinamiche a blocchi armonici e ritmici. Così Twin Rivers, che si snoda su un leggiadro dispiegamento di risorse (linee di synth compresse, virtuosismi ai tasti, eleganti arrangiamenti da camera, incedere melodico di alto livello), o Invest, che procede su beats hip-hop e tappeto pianistico, o ancora Why Hip Hop Sucks in '13, brano che vede nei Menomena il riferimento più evidente (il basso che si annoda pulsante sulle parti di tastiera modulate che si piegano e prendono via via il sopravvento, inserendosi nei solchi dei patterns ritmici sincopati).

Tra i brani più in linea con una sensibilità maggiormente brit spiccano la splendida Phil Collins, costruita su strascichi tremolanti di chitarra elettrica, in un crescendo lirico enfatico e coinvolgente che procede assieme all'infittirsi delle textures, mentre Lay Me Down si fa ancora più essenziale, destreggiandosi su una semplice linea vocale e su lievi intelaiature elettroacustiche. Si procede con brani che aggiungono ulteriori tonalità ad un album, come detto, oltremodo vario: Belgian Blue sembra un inedito di Jeff Buckley, Harmony Sometimes è un bozzetto pop a base di manipolazioni electro e voce femminile, Long Worry (tra i brani migliori) è un ipnotico e sonnolento incastro di fragranze sonore, mentre Final Thoughts, With Tom and Jo rappresenta un commiato di grande impatto.

Un lavoro, questo Not Art, capace di definire una proposta convincente e ricca, dove le molte intuizioni che frastagliano li singoli pezzi si coagulano in un insieme compatto, tanto sperimentale nella ricerca sonora quanto pop nella fruibilità delle composizioni. Non chiamiamola arte, va bene. Limitiamoci a dire che si tratta di uno degli album più ammalianti del 2013.

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