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8/10

Dirty Projectors

Dirty Projectors

I dischi dei Dirty Projectors sono spesso lavori che sanciscono la conclusione di un percorso di solitudine ed evoluzione personale. Lo era “Swing Lo Magellan”, nell’isolamento di David Longstreth presso il Delaware, Bibbia e album del loner alla mano, per comporre un'opera compatta di songwriting ecclettico e pop – normalizzazione nevrotica della fase “Rise Above”/”Bitte Orca”, che a sua volta fu fase di ridimensione istrionico-cervellotica rispetto alle orchestrazioni di “The Glad Fact” e le stramberie weird di "Getty Address". Sul solco (e sui detriti) di ciò che è rimasto anche della band (solo il frontman), a cinque anni di distanza il nostro prosegue il discorso con “Dirty Projectors”.

Prosecuzione: non fosse che le tematiche e la concezione del ruolo storico della (propria) musica siano variati, negli ultimi anni, in Longstreth, e il disco si fa oggi contenitore 1) del processo moratorio dopo la conclusione del rapporto sentimentale con Amber Coffman e 2) di una visione concettualmente nuova circa l’atto compositivo e l’estetica da dover raggiungere.

Un contenitore, il disco, che accoglie sperimentazione e innovazione, nei suoni, di ogni sorta (manipolazione vocale e dei pitch ovunque, campionamenti, samples, taglia e cuci continuo), pressandoli entro strutture ricorsive (“Keep Your Name ” costruita sul sample di “Impregnable Question”; l’amniotica “Little Bubble”)/claustrofobiche (la robusta “Death Spiral”, di bordate e distorsioni) e altre volte proteiformi (“Ascent Through Clouds”: theme simil “Two Doves”, intermezzo da “A Day In A Life” ed elettro R&B minimale e sotto acido che si rimescola con la prima parte)/aperte (“Up in Hudson”: trumpets boniveriane e lancio nella giungla misteriosa). Ciò accade, costante, in ogni episodio: anche nei pezzi dal tiro maggiormente dancable, vd. “Cool Your Heart” e “Winner Take Nothing”, alle ballate senza tempo, appunto “Little Bubble” e “Keep Your Name”.

Ne esce un disco di travaglio radicale, intensamente profondo e che, allo stesso tempo, conserva una levità incredibile. Epico, insomma, per come rompe con la tradizione (personale, storica) e imprime in sé una concezione di “indie rock” (entrata da qualche anno in forte crisi) nuova, di fine anni 10, capace di sopravvivere solo corrompendosi e armonizzandosi con sonorità ed estetiche contemporanee. In questo senso, il nuovo album trabocca di bizzarrie e dettagli manipolati, connubi estetici di Art Pop, R&B e soul (cyber-crooning), schemi di beats hip hop (“Yeezus” e lo stesso kanye la maggiore ispirazione – per cui nel 2015 ha scritto “FourFiveSeconds”) e sostanza cantautoriale antica però adattissima all’accelerazionismo contemporaneo.

La fine della relazione con la Coffman, oltre ad essere il tema portante delle liriche (la conflittualità dell’abbandono, in “Keep Your Name”: <<so we'll keep 'em separate and you / keep your name>> o <<what I want from art is truth / what you want is fame>>; il dolore luttuoso e il rifiuto autocommiserativo di “Death Spyral”: << Now our love is spiraling finally down>>; le sentenze senza appello sull’amore: << love will burn out / Love will just fade away >>, in “Up In Hudson”; la malinconia negli sguardi diretti al loro passato: <<we had our own little bubble/ for a while>> in “Little Bubble”), rappresenta il lavoro d’analisi che conduce, sui due assi (relazionale/musicale), alla risoluzione verso una nuova identità, fatta di liberazione interiore (la quale, non casualmente, coincide nell'album con l’incontro: “Cool Your Heart”, feat. Dawn Richard e scritta insieme a Solange: << so wade / go deep on these mellow waters too>>) e speranza (la melodia Hammond in “I See You”, dove l’altro diviene finalmente oggetto simbolico: << We won't be afraid to grow / What we gave, we will always retain>>) per il futuro.

Dirty Projectors” è la mente (e i processi sottostanti) del suo autore, David Longstreth; dei suoi riflessi concettuali e dei suoi vissuti sentimentali. Ed è il disco, per chi scrive, più importante (al netto dell’ultimo Lamar) di questa stagione. 

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Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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FrancescoB alle 14:30 del 31 dicembre 2017 ha scritto:

Recensione accurata, profonda e molto acuta nell'individuare le peculiarità di un lavoro che, per quanto mi riguarda, sta lentamente crescendo.