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R Recensione

7/10

Hey Elbow

Every Other

Nove personaggi in cerca di ascoltatore: da Malmö, Svezia, gli Hey Elbow scelgono di dare a ciascun brano del loro esordio un nome proprio (perlopiù femminile), così da rendere il primo ascolto simile ad un primo appuntamento. Di buoni motivi per non tagliare i rapporti con i nove protagonisti conosciuti su “Every Other”, credetemi, ce ne sono molti. Gli Hey Elbow mettono in scena un art pop altamente contaminato, che spicca per un ricco senso dell'arrangiamento, affidato all'incontro/scontro tra i tanti inserti elettronici, psichedelici, cameristici ed ambient, il tutto entro una cornice cupa e ossessiva. Si prediligono qui masse di suono avviluppate in gorghi mesmerizzanti per canzoni che, partendo spesso da semplici loop o substrati ritmici, finiscono per contorcersi ed espandersi in strutture deformate e deformanti, per un processo cumulativo di addizione e sintesi.

Così in “Martin”, che sfrutta l'intelaiatura di un groove tribale per accostare uno dopo l'altro gli elementi, dagli ottoni impegnati -sequenzialmente- in loop, linee droniche e scintille saettanti, ai synth che gorgogliano cupi sullo sfondo. Elementi che costituiscono un marchio di fabbrica e che ritornano in “Rael”, dove le espansioni soniche sono affidate, oltre che alle chitarre sfrigolanti della vocalist Julia Ringdahl, al flugelhorn di Ellen Pettersson (strumento originariamente -e non a caso- usato in battaglia), o in “Matilde”, episodio corale sviluppato a partire da un loop di mbira (strumento africano di cui vi ricorderete se avete sentito gli album degli Shabazz Palaces), o ancora in “Ruth”, sorta di copula tra dei Beach House più astratti e viaggioni (si senta anche il dream pop circolare di “Saga”) e dei These New Puritans che rileggono “Field of Reeds” in chiave pop (l'utilizzo così singolare degli ottoni, impiegati per aumentare il colore timbrico più che per disegnare le linee melodiche).

A completare il quadro due gemme di solenne espressività sciamanica: “Blanca”, con quella splendida elegia di corno in coda, e “Naksno”, resa ancor più densa e gorgogliante dalle vibrazioni di tuba, trombone e corno francese impegnati in un fascinoso dialogo con i synth settati su algide frequenze dark-ambient.

Every Other” è un calderone di elementi molto distanti tra loro eppure perfettamente integrati in una formula che funziona e convince, per un album d'esordio dalla grande personalità. Forse si sarebbe potuto osare di più, lasciando maggiore spazio alle interazioni tra elettronica ed ottoni, ma i risultati sono comunque più che promettenti. Si prenda dimestichezza con i nove personaggi presentatici dagli Hey Elbow: il prossimo appuntamento potrebbe riservare molte soddisfazioni.

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