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R Recensione

7,5/10

Santigold

99¢

La sensazione di “pasticcio” la si ha fin dalla caotica copertina. Tuttavia, pur confermando l’iniziale sensazione, non c’è traccia di chincaglierie da quattro soldi (i 99 cents del titolo) nel terzo lavoro a firma Santigold, bensì una continua, vitale, frastornante, carica di mescolanze pop. Santi White gioca con tutta una serie di stilemi contemporanei, accostando senza soluzione di continuità elementi mainstream ad altri tipicamente indie, per forgiare un personale carioca che, nonostante una superficie scintillante e solare, serba sottopelle un’anima scura e ambigua, ben più approfondita e sfaccettata rispetto al precedente “Master of My Make-Believe”.

La varietà di accostamenti e di stili è tanta: basti una prima metà dell’album che sfoggia brani ciondolanti e spensierati come la prima “Can’t Get Enough of Myself” (arrangiamenti sunshine pop anni Sessanta, piglio brioso e uptempo, reminiscenze ska alla No Doubt), o la mirabolante “Banshee”, vero e proprio baraccone sonoro, vortice di torpori dancehall frutto dell’ipotetico incontro tra Rihanna e la psichedelia pasticciata degli Animal Collective , o ancora “Cashing Shadows”, che sembra spartire la stessa naïveté indie dei Vampire Weekend di “Modern Vampires of the City” (esempio non a caso: tra i vari produttori coinvolti nella realizzazione dell’album fa capolino anche Rostam Batmanglij). L’intento di Santigold, però, non è quello della semplice citazione, quanto di una fertile appropriazione, di un tuffo di testa in una contemporaneità centrifugata, riletta in senso modernista e sottilmente provocatorio (ancora la copertina come dichiarazione d’intenti, o se non altro come segno di alleggerimento, di distensione): bastino da esempio “Rendezvous Girl”, raffinatissimo incalzare di scintillante synthpop alla Chairlift, o la flemmatica e reggae “All I Got”, entrambe colme di gustose intuizioni melodiche e ammiccanti giochi di “già sentito”.

Altrettanto interessante il lato in ombra dell’album: “Big Boss Time Business”, che cova quel wobble sedizioso per tutto il brano (un brano ripetitivo, ossessivo, dalle linee di synth agli accordi di chitarra), “Walking in A Circle”, sibilante meccanismo di trap music compressa, di minaccioso synth-r’n’b industriale (alla maniera di FKA Twigs, sì), “Who Be Lovin’ Me”, molle e decadente caramellina masticata assieme al rapper iLoveMakonnen, o ancora l’elegante ballatona electro “Run the Race”.

Genre-less without losing cohesion”, Consequence of Sound l’ha detto meglio di me. “99¢” è una scorribanda confusionaria ma non confusa, anzi, frutto di un’unica visione (seppur frammentaria, condivisa assieme a diversi produttori), di un preciso metodo e di una sgargiante Santi White in fase di riscoperta pop. “I had decided going into the record that I wanted to have a fun experience making it, because I’ve seen it not be fun for myself and I didn’t want to do it like that anymore…There’s so many different kinds of songs that could be pop songs, I don’t think pop songs should sound the same… I like when pop is still good music, that’s what I like”. Ecco, appunto: Santigold l’ha detto meglio di me.

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Voto degli utenti: 6,5/10 in media su 1 voto.
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woodjack 6,5/10

C Commenti

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woodjack (ha votato 6,5 questo disco) alle 11:47 del 11 aprile 2016 ha scritto:

confesso a che suo tempo l'esordio mi conquistò, tanti ingredienti messi al posto giusto (tanti signori importanti alla consolle, c'è da dire), la nera che rappa, canta e non suona r'n'b (e lo rivendica!)... poi l'ho riascoltato di recente e boh, l'ho ridimensionato, quasi concordo con chi disse che era un disco destinato a non lasciare il segno, più un Bignami della contemporaneità costruito ad arte. Questo l'ho ascoltato una volta e distrattamente, a naso mi ha interessato ancora meno, ma mi posso sbagliare. Si sente una virata più "latina" (mi vengono in testa gli ultimi La Roux) e gli altri ingredienti (molto hype) che hai citato, ma la sensazione è una personalità ancora carente. La tua analisi però mi spinge all'approfondimento, anche perchè hai giustamente sottolineato una tendenza tipica degli ultimi anni che vale la pena di studiare: il mischiarsi senza inibizioni di mainstream e indie, che fino a poco tempo fa parevano due categorie stagne, salvo alcuni esperimenti isolati. Ormai da qualche anno sono tanti i personaggi che lavorano "sul limite" (Del Rey, Monae, Charlie XCX, Lorde, Ferreira, Cyrus, Aurora, Katy B, la prima Goulding - ora un po' sputtanata - Marina ecc.), tanto che questa tendenza sta trascinando anche le divastre del mainstream (se Anti di Rihanna suona molto più vicino al soul-step di Kelala un motivo ci sarà) un po' come avvenne alla fine dei '90 quando tutti diventarono pazzi per trip-hop, jungle ecc. anche se in quella circostanza più che di fase si parlò di un attimo durato sì e no 18 mesi. Oggi mi pare diverso, sarebbe bello indagare cause e implicazioni di questo fenomeno.

Cas, autore, alle 14:20 del 11 aprile 2016 ha scritto:

"se Anti di Rihanna suona molto più vicino al soul-step di Kelela un motivo ci sarà". ecco appunto, avrei citato lo stesso disco, così come quello della Cyrus: sembra che ci sia quasi più vitalità nel confronto tra mondo dei big e mondo sommerso che tra il vasto panorama indie.

detto questo confesso di aver sempre considerato pochissimo Santigold, mentre questo ha subito catturato la mia attenzione. indie, mainstream, qui è tutto intrecciato, impossibile stabilire precisi limiti. e poi il punto è che ci sono dei gran pezzi qui, quindi sì, vale la pena approfondire

woodjack (ha votato 6,5 questo disco) alle 10:32 del 12 aprile 2016 ha scritto:

"ipotetico incontro tra Rihanna e la psichedelia pasticciata degli Animal Collective" >> c'hai visto giusto... correggo il tiro, niente sonorità latine, questo è proprio un disco di afro-pop! e in questo senso il riferimento agli AC è pertinentissimo (e tutta la scena che si è creata appresso). Il debito verso Rihanna è fortissimo, più forte di quello che, agli esordi, le venne attribuito nei confronti di M.I.A., se l'incipit tradisce qualche velleità modernista (da Lily Allen versione afro-americana) le tracce dalla 2, 3 e 4 potrebbero stare in un disco della nostra dea barbadiana, se non fosse per un tono tendenzialmente con tono più leggero, sghembo, colorato. Ma pure Waking in the circle e Before the Fire rimandano direttamente alle coeve esperienze "elettro-soul-dark" della stessa. Poi, qui e là, affiorano diverse influenze, sia di r'n'b contaminato (Outside the war ricorda la Kelis più dura, mentre la stramba Who be lovin potrebbe far pensare ad una brutta copia di Beyoncè) che di revival synth-pop con spruzzate di post-punk (da Randevouz Girl che pare uscito da un disco di Goldfrapp fino al pop adolescenziale di Who I tought you were, vedi tu pescato da chi). E' vero, ci sono i pezzi, ma alcuni più che ispirati sembrano frutto di semplice artigianato, e poi stento a intravedere un'amalgama o un disegno che dia coerenza che, ad esempio, si ravvisa in dischi ugualmente centrifughi e apparentemente derivativi (cosa non lo è oggi, del resto?). Buono, ma secondo me non pienamente centrato, magari alla prossima fa il botto.