Wild Beasts
Limbo Panto
Accerchiato da vecchi vinili mai acquistati,dai quali la polvere, a poco a poco, spicca il volo prima di adagiarsi, lesta, sulla sua t-shirt stropicciata, il commesso del mio negozio di dischi di fiducia, sembra vittima di un’intima estasi mnemonica. Sorridendo, lo saluto, in rispettoso silenzio.
“His Grinning Skull” mi spiega, gli ricorda di un amore adolescenziale non ricambiato. Ascolto, senza trovare una frase opportuna, non potendo comunicare con lui per via analogica. Non se ne parla proprio di abbracciarlo. Chi sono questi, domando. “Certi Wild Beasts. Provengono dalla scena inglese di Kendal. È il loro disco di debutto, sai…ma un vero affare!” mi risponde. “Qualcosa di simile ai Clap Your Hands and Say Yeah , ma con Mika e Guy Garvey degli Elbow alla voce”. “Vai sul sicuro, se ne parla bene in giro. E poi non costa molto: è in offerta!”.
I suoi occhi lucidi, l’atmosfera malinconica dai decisi connotati neuroendocrini, la soave trama ricamata dal pianoforte in sottofondo, l’intrecciarsi dei toni e timbri vocali: sono questi i fattori che mi convincono all’acquisto.“His Grinning Skull” è di nuovo on air: una voce baritonale mi accompagna all’uscita, chiudendo lei la porta.
Termino l’ascolto di Limbo Panto decisamente frastornato: dopo un’irruzione gestaltica così vorticosa e incatenante, non mi risulta per nulla semplice recuperare la lucidità necessaria per descriverlo. Forse, perché il lamento carnale di “Vigil for a Fuddy Duddy” è ancora qui davanti a me, divenuto quasi per magia, l’allucinazione di un rogo in technicolor. Le mie pupille sono ora schermo delle più variopinte e sensuali tonalità di un incendio cromatico, che cresce e divampa, alimentato costantemente dagli ostensivi tribalismi delle percussioni. “Men to be men, must love and pity, so deeply and secretly”, o forse, le fonti primarie da cui l’uomo trae l’energia per la sua passionalità. Il cristallino riff del ritornello,divenuto deliziosa brezza temperata, trasporta questo fuoco verso una breve e intensa autocombustione finale, pretesto ideale per l’epilogo di un falsetto folle e provocante di Hayden Thorpe.
“Devil’s crayon” è invece un tortuoso binario, sorretto da un incessante groove dal sapore squisitamente pop/funky,che attraverso senza fatica alcuna. Si dispiegano, per tappe, bellissimi paesaggi dinamici dai colori a pastello; la voce grave ma rasserenante (e inconfondibile) di Tom Fleming, da subito ha la capacità di stabilire una relazione empatica con quelle emozioni inabissate in qualche luogo recondito della mente, di farle riemergere per poi scaraventarle in aria, lasciando il compito di rivitalizzarle all’eccezionale liricità di Hayden. Romantico e poetico nel testo, questo brano è, a parere di chi scrive,un piccolo capolavoro di arrangiamento, pregevole in ogni sua sfumatura.
Incastonato di arabesche rifiniture chitarristiche e pianistiche,caratterizzato dall’iniziale clap clap che da il via al tutto, “the Old Dog” scorre davvero splendidamente;“The Club of Fathomless Love” graffiante nei tagli netti e sferzanti delle percussioni, sfocia in un ritornello arioso e dalla spiccata teatralità, dalla lirica al limite del misogino, che sa di auto-convincimento, dettato dalla volontà di rivendicare un non ben definito status di superiorità. E anche l’estrosa e poco convenzionale “She Purred While I Grred” è un urlo ansioso,innocuo (quasi tenero) dettato dalla necessità,sì istintiva ma molto costruita, di predominare nel rapporto amoroso. Dicevo, frastornato. Ma anche stregato dall’imponente bellezza di questo esordio dei Wild Beasts: non sembra infatti che i quattro di Kendal siano scesi a compromessi con niente e nessuno. Anzi, a mio avviso, con questo Limbo Panto hanno dato corpo ha un lavoro sì fruibile, ma particolareggiato,sperimentale in molti suoi punti.
Saldo e originale, qualitativamente eccellente, e dal carisma forte; tratto, questo, reso stabile anche grazie all’eccezionale complementarietà del fraseggio vocale, tra Hayden e Fleming. E infine: a mio modo, anch’io i conti li faccio con “His Grinning Skull”. Ripenso al commesso, alla sua intima fragilità. Freno il flusso di pensieri, li inibisco;dimentico le ben rodate fughe di pensieri conseguenti a esperienze amorose al limite del patologico, è trovo la cura nella soavità della melodia. Mi concentro solo su questa. Chiudo gli occhi e scorgo un volto di donna: potrebbe essere chiunque. Potrebbe essere lei. Non potrei sentirmi più vivo.
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