V Video

R Recensione

8,5/10

Wild Beasts

Present Tense

Raggiunto l’apice Art Pop del nuovo millennio, il labor limae di “Smother”, nei Wild Beasts si fa nitida la consapevolezza che il lavoro di sottrazione sia giunto a suo estremo compimento. Arrestano la salita, l’edonismo debordante degli inizi è da tempo sotto controllo, si prendono un anno: nuovi percorsi espressivi in attesa di essere esplorati, per il nuovo disco il punto di fissazione si scosta dal metodo e la priorità è, ora, un bel salto nel buio. Da restituire, per dirla con loro, uno shock factor; una nuova resa estetica, da ottenere attraverso un diverso modo di concepire e realizzare le composizioni  - le prime partiture direttamente su laptop, molte scritte in autonomia dai singoli componenti durante una "separazione" durata otto mesi.

La frattura di "Present Tense" rievoca (su altri livelli) per importanza quella provocata nel periodo trascorso fra “Limbo, Panto” e “Two Dancers”: lì, i quattro di Kendal si spogliavano del cabarettismo istrionico (la lezione teatrale degli Sparks, l'art rock dei Talking Heads, la consistenza wave dei The Associates) delle origini per abbracciare un pop trasognato ma sempre carnale e libertino, autentica esperienza estatica, esaltata dal contrasto vocale tra il falsetto eccitato/depravato di Hayden Thorpe e il sensualismo baritonale di Tom Fleming. Oggi, però, latenti i nostri mantengono le conquiste del loro sound (negli automatismi idiosincratici e nei i processi alla base); piuttosto, è il rivestimento, addizione di strato (benché resti minimo nello stile di ogni singolo elemento), ad essersi arricchito. Irrobustito. E con lui l'impatto e le proiezioni delle composizioni, che rinnegano gli stati di placida rassegnazione di certi passaggi di "Smother".

Altra importante transizione: da Richard Formby, coproduttore della band sin dall’esordio, la produzione passa a Lexxx (già al mixing di “Smother”) e a Leo Abrahams (noto per la collaborazione con Brian Eno e Jon Hopkins in "Small Craft on a Milk Sea"). Questo significa accrescimento elettronico e concettuale del sound, dirottamento del canale espressivo. Sicché, se “Smother” sperimentava con le tastiere prendendole da una tavolozza asettica per avvolgerle di morbidezza e calore funzionale a rifinire/concretizzare le circolarità levigate, i loop cristallini (nell’avorio in crescendo di “Lion’s Share”, nella compattezza da scatenamento ripiegato di “Bad of Nails”) e gli isolati embrioni ambient (nello sperimentalismo ai bordi zen di “Burning”, o nelle dilatazioni screziate, laceranti di una sconfinata “End Come To Soon”), nel quarto album in studio il loro ruolo si rende invece strutturale. Ed è quindi, quello di "Present Tense", synth pop di celestiale tensione, il cui colore lo si ricava da una sfera di sentimenti curvati alle esigenze di un pop sensuale che, da sempre, appaga per la sua grazia superiore.

Pop come grazia sensoriale, modernità di spirito, non di meno qui; nonostante tastiere che sovrastano (la techno e il suo campo semantico, e più banalmente e recente l'electro new wave degli Editors del terzo disco: "Nature Boy", “Daughters” - Talbot di estasi tribale contenuta in una dinamica oscura), ancora via nevrosi atmosferiche (dalla band, i sempre citati Oneohtrix Point Never e Tim Hecker, a cui si aggiunge il riferimento già fatto per il precedente disco ai Talk Talk e ai These New Puritans) a ornare i pezzi (o, addirittura, fino a prenderne possesso: quel che per “Smother” era “Burning”, per “Present Tense” oggi è “New Life”). A maggior ragione per certe ambizioni, appunto pop, sfacciatamente esplicite (soprattutto “Mecca”). Ma, insomma, nessuna paura: in fondo il Wild Beasts Sound resta, nella gestalt, se stesso. Così come nella spinta carnale, sexy, di un’eleganza assolutamente formale. Quindi riconoscibile.

Anche le liriche, a detta degli inglesi meno idiosincratiche, trovano la maniera di rendersi ugualmente brutali, ugualmente prossime al principio di piacere (ma coperto da un manto di thanatos, come nell’annichilimento estremo di un <<don’t confuse me with someone who gives a fuck>>; da “Wanderlust”); spostano l'interesse dall'ego perverso dei versi di "Two Dancers" a maggiori proiezioni allocentriche dei sentimenti (<<I could learn you like the blinded would do, felling our way through the dark>>, da "Palace"), riducendosi nelle allusioni. 

Che un certo scarto estetico lo si potesse ipotizzare, questo sì, benché non così manifesto. Come nel manifesto “Wanderlust”, appunto: espansione in profondità del campo percettivo, sensibile, con un motorik a legare anche dopo uno stacco, quello centrale, in cui le difese cascano di colpo (come gambe dopo una corsa stremante) sulle oscillazioni delle tastiere (sfregi sentimentali alla cieca, un ronzio dal lacerante spasmo esistenziale). Quando la rottura è netta ci si scopre vulnerabili, noi e loro, in balia del sublime e dell'osceno. E ad amplificare, morbosi, paure ancestrali e moderne frustrazioni/frammentazioni. Lacrime.

Il flusso, lungo parte del disco, è cinematografico ("Wanderlust", "Daughters", "New Life"), lo si è lasciato intendere; quindi visivo (perché no, può rientrare un certo senso Chromatics – "Kill For Love" lo si ficca di sghembo volentieri), e sulle trame di wave neodecadente o più propriamente arty - oggi, i loop ricorsivi e gli arpeggi cristallini (Ben Little) affogano nella maggior parte dei casi nella nuova estetica, lasciati in autonomia solo di rado, come nel cullarsi sofferto di "Pregnant Pause" - è evidente come gli '80s cromatici si calino in stati emotivi di decadenza contemporanea. Tutta europea (in questo senso, il dissenso dei Wild Beasts verso l'americanizzazione di certa recente scena inglese: in your mother tongue what's the verb to suck).

Le pulsioni carnali non abbandonano Thorpe: da questa spinta, che è in lui essenza incarnata, sovente ne trae linee melodiche miracolose (sopra synth nordici, disgelati dalla passione di “Palace”; o nell’ultima parte di una “Sweet Spot” grandiosa nella riduzione screziata, fisica, synth-pop – <<there is a gardless state where the real and the dream may consummate>>; altro manifesto, altra instant classic del loro repertorio); e Fleming, spesso in posa dark e inondato di ombre, non è da meno: riottenuto il ruolo di comprimario di razza, pre Smother”, regala trasporto e fascino in pezzi quali “Nature Boy” (in questo Peter Gabriel che agisce, tribale, in strati synth pop di goth deeper e techno minima, cinematica - l'ispirazione dalla figura di esasperato machismo di un wrestler), “A Dog’s Life” (con le bacchette lasciate cascare, nude, sul nulla delle pelli, su quegli arpeggi di chitarre che cedono il passo agli umori funebri dei sintetizzatori) e soprattutto “Daughters”.

Ci sono meno chitarre, oggi: sempre più ridotte, hanno ceduto il ruolo strutturale (non in "Mecca", "Pregnant Pause" e "Past Perfect", il cui uso finale è "Two Dancers" vivido) mettendosi a disposizione degli arrangiamenti (in modo superbamente arty, per dosaggio, in "Sweet Spot"). C’è molto di Chris Talbot dietro tutta questa bellezza, naturalmente. Ossia la solita schematica sezione ritmica che qui è integrata da sinistri e sghembi effetti elettronici: tra tom singoli, dopo le sincopi a mezz'aria (nel ripiegamento dark di “Daughters”), il drumming tribalistico (anche qui: gabrieliano nell’anima, krauto nei tracciati motorik) si mostra scientifico nella sua distribuzione e animista per arcaicità delle evocazioni. Intuizioni che si schiudono in un insight. Insight come lo scintillio pop di “A Simple Beautiful Truth”. 

Insight e poi ancora insight su un presente musicale che oggi dovrebbe guardare al nuovo (e a tutto il repertorio dei) Wild Beasts quale assoluta pietra angolare.

V Voti

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creep 7,5/10
Cas 6,5/10
target 7,5/10
4AS 7,5/10
Lepo 6,5/10
Dimash 8,5/10
Sor90 7,5/10
raf 8/10
devis. 8,5/10
antobomba 8,5/10
zebra 8/10
REBBY 9,5/10
Vatar 8,5/10

C Commenti

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salvatore alle 11:42 del 19 febbraio 2014 ha scritto:

Una delle recensioni più belle, accurate e sentite, lette qui su SdM e non solo. In senso assoluto. Complimenti, davvero, Mauro!

Il disco non l'ho ancora messo su. Voglio dedicargli un primo ascolto come si deve e voglio uscirne perturbato.

Dr.Paul alle 12:14 del 19 febbraio 2014 ha scritto:

mauro, questo disco come si posiziona nella tua personale classifica wild beasts?

Cas (ha votato 6,5 questo disco) alle 13:37 del 19 febbraio 2014 ha scritto:

una recensione davvero super, concordo con salvo! complimentoni

il disco sta passando a più riprese nel mio lettore... a breve, anche grazie al tuo scritto, riuscirò a delineare le prime impressioni!

hiperwlt, autore, alle 17:12 del 19 febbraio 2014 ha scritto:

Paul, diciamo che "Present Tense" deve ancora guadagnarsi il posto che riservo a "Two Dancers" e "Smother", i quali sai bene sono tra i miei (ma non solo l'unico qui su SdM, fortunatamente) punti di riferimento assoluti di questi anni. Ho la sensazione che rimarrà dietro, ma di poco. Fai sapere la tua opinione, appena lo rimedi

Sal e Matteo, vi ringrazio enormemente, sono felice che abbiate apprezzato: ascoltatelo quanto prima

Sor90 (ha votato 7,5 questo disco) alle 17:22 del 19 febbraio 2014 ha scritto:

Recensione sontuosa, come si deve per i Wild Beasts e come ci ha abituati il nostro Mauro. Il disco non l'ho ascoltato abbastanza per dare un giudizio, così a primo impatto direi che siamo dietro a Smother e Two Dancer, non mi sembra tutto perfettamente a fuoco, o più probabilmente questa nuova veste non incontra del tutto i miei gusti.

Lepo (ha votato 6,5 questo disco) alle 10:13 del 20 febbraio 2014 ha scritto:

Mi aggrego anche io ai complimenti al recensore. Il disco lo devo ancora ascoltare ma condivido in pieno la definizione di "pietra angolare "per i WB, per l'indie di questi anni '10, esteticamente impeccabile e perfetto, ma spesso levigato al limite dell'asetticità e alla costante ricerca di un ibrido sonico che unisca le più svariate influenze. Ammetto di non essere per nulla fan di questo metodo, ma loro hanno costiuito (e credo continueranno a costituire) una splendida eccezione

Cas (ha votato 6,5 questo disco) alle 20:14 del 6 marzo 2014 ha scritto:

è da un pò che l'ascolto, e l'impressione che sta consolidandosi è che con questo disco i Wild Beasts abbiano fatto un primo passo (un passetto eh) falso: una netta involuzione, a mio parere. manca il dinamismo strumentale, la creatività compositiva, la verve arty che faceva la differenza negli album precedenti. le trame elettroniche non sembrano colmare questa mancanza (e se penso che il titolo dell'album è lo stesso del ricchissimo e sontuoso album dei Sagittarius....). lascio sedimentare il tutto e vediamo se tra un mesetto la penso ancora così

forever007 (ha votato 6 questo disco) alle 11:33 del 11 marzo 2014 ha scritto:

Sopravvalutato e piatto. Salvo solo gli arrangiamenti, (quelli si che valgono e come canzoni Mecca e Sweet Spot, che sono quelle che mi son rimaste più in mente, ma per il resto non mi trasmette nulla.

FrancescoB (ha votato 7,5 questo disco) alle 9:19 del 6 aprile 2014 ha scritto:

Un disco bellissimo, che mi ha conquistato subito e che pure è riuscito a crescere, a rivelarsi progressivamente sempre più ricco e più "carico".

Mauro spettacolare come al solito.

hiperwlt, autore, alle 21:35 del 8 aprile 2014 ha scritto:

Grazie tante, Lepo e Fra - sorpreso in positivo dal tuo entusiasmo Due notiziole al volo: giovedì suonano al Teatro Parenti di Milano - dopo due anni e mezzo torno a vederli live - con Joan as Police Woman e i Girls in Hawaii; è uscito oggi il nuovo video, "Simple Beautiful Truth"

Dimash (ha votato 8,5 questo disco) alle 16:30 del 12 aprile 2014 ha scritto:

Ciao Mauro, grazie per la trascinante ed appassionata recensione! Ma, vista la tua emozione nel parlare dell'album, adesso sono ovviamente ed estremamente curioso di leggere un tuo report del (non riesco a trovare l'aggettivo più adatto) live al Teatro Parenti! Facci questo regalino, suvvia!

hiperwlt, autore, alle 11:25 del 14 aprile 2014 ha scritto:

Ti ringrazio Dimash, davvero gentile! Del concerto non ne ho scritto, e sapevo già dall'inizio che sarebbe stato difficile farlo, a causa di alcuni impegni che ho avuto nei giorni seguenti. Ma anche perché, in fondo, l'evento racchiudeva tre concerti dei quali, in totale, ho potuto assistere ad uno interno (W.B.) e i Girls in Hawaii per metà – perdendomi tutto il concerto di Joan as Police Woman, esclusa "Holy City"). E' un po' tardi per buttare giù un report, ma lascio comunque qualche considerazione che mi sono appuntato.

Location suggestiva, il Parenti, col teatro adibito a club al piano terra, megaschermo imponente all'ingresso (con riprese di sky arte), stand vari e una festa privata di Spotify al primo superiore in cui ho cercato di accedere - inconsapevole che fosse "esclusiva". Senza successo. Spotify che curava anche un silent party di una tristezza siderale, con cuffie, playlist e tutto il resto. All'esterno, nei giardinetti, si prendeva da bere, e si usavano i token. Tipo quelli della token economy che utilizzano negli interventi cognitivo comportamentali. Roba che non potevi comprarti la tua birra o il tuo drink singolarmente, a prezzo fisso: no, si era obbligati a spendere 15 euro per un 5 gettoni (3 token: un drink): non ho mai sentito volare tante bestemmie tutte insieme (e mi è dispiaciuto per le ragazze dietro i banconi, che poco potevano farci, al massimo spiegare alla meglio le scelte “dall'alto”) e gente disperarsi per un token mancante (ossia: altri 15 euro per una bevuta).

Lasciando perdere le cazzate: concerto dei Girls in Hawaii trascinante – almeno: la metà a cui ho assistito. Una sorpresa: li avevo lasciati con “Plan Your Escape” per poi più riprenderli; e ho fatto male. Gruppo belga affinato e affiatato nella dimensione live, dove moltiplica la carica dei pezzi più travolgenti (vd. i synth e il roboante riff di “Rorshach”; la frenesia della chitarra acustica e dell'armonica nelle ripartenze di “Grasshoper”; l'accumulo di tensione nel groove di “Flavor”) e coinvolge nel raccoglimento obliquo delle ballate (da “Everest”, album dell'anno scorso: “Switzerland” e “Misses”) in scaletta - come, credo, su album non riescano sempre a fare. Intesa ottima tra i due fratelli Wielemens: Antonie il più scatenato, che improvviserà una scalata pericolosissima sugli amplificatori. Ottima la risposta del pubblico (numeroso), a dispetto dei pochi fan (= gli unici a saltare e cantare) ad assistere al concerto; da parte mia promossi in sede live – su disco un po' meno.

Passiamo ai Wild Beasts: concerto principale della serata, messo giustamente nel mezzo. La curiosità era quella di scoprire la resa live del loro nuovo taglio estetico – synth pop applicato ad un meccanismo art pop in sottrazione portato ad estremo compimento con "Smother". Esibizione, praticamente da studio, magistrale (solo un piccolo cedimento: nel primo refrain di “Palace” Thorpe anticipa di una battuta la chiusura del cantato; minuzie per ossessivi, perdonate): con “A Simple Beautiful Truth” davvero solida (la loro nuova “Bad Of Nails”, come resa), “A Dog's Life” in gloria sulle tastiere lugubri (forse il momento più alto del concerto; e pensare che su disco è, forse, il pezzo più debole), “Daughters” cinematica (la melodia so 80s in coda) e scientifica (Talbot!) nella veste ritmica arcaica. Esibizione magistrale, dicevo, a fronte di un'acustica scandalosa. Coi bassi sparatissimi e il teatro che vibrava ad ogni nota e accordo di Thorpe: provate ad immaginare durissime oscillazioni e ronzi distorti su brani come “Wanderlust”, “Pregnant Pause” e “Mecca” (ma anche “Lion's Share”, “Hooting and Howling”) che sono ovviamente brani strutturali in cui il basso ha un peso notevole. Male. Roba che ha rovinato l'esperienza e l'appagamento di buona parte del concerto. In consolle, nessuno è sembrato accorgersene... per un'ora e dieci. Come per il concerto al Tunnel del 2011, l'unico estratto da “Limbo, Panto” è stato “Devil's Crayon”; chiusura lasciata all'avorio travolgente di “Lion's Share”. Su Thorpe (con indosso un giubbotto in camoscio che ha tenuto per tutto il concerto, abbottonandoselo addirittura verso la fine, quando la maggior parte del pubblico ormai grondava) e Fleming (il suo baritono d'incanto in “Nature Boy”) non ho più parole da spendere: alchimia pura. Su Joan, come detto, non posso scrivere – noi provinciali bresciani eravamo già in autostrada, lontani dalla cenere di Milano, pensando alla giornata di lavoro del giorno seguente. That's all

hiperwlt, autore, alle 19:02 del 19 giugno 2014 ha scritto:

"Mecca"!

4AS (ha votato 7,5 questo disco) alle 18:15 del 24 luglio 2014 ha scritto:

Stanno facendo proselitismo, giusto? Ho sentito qualche singolo dei Glass Animals e mi sembra che stiano imparando da loro. Il disco è un'altra conferma importante. La parte "elettronica" di Daughters è il colpo vincente che non ti aspetti.

Sor90 (ha votato 7,5 questo disco) alle 15:11 del 25 luglio 2014 ha scritto:

Si, il seme piantato sta germogliando. Glass Animals, ma anche qualche anno fa Zulu Winter, gli Outfit l'anno scorso... Ormai tutto l'art-pop deve confrontarsi con loro, art-pop che, in una certa forma, possiamo ormai dire non esisterebbe senza di loro.

hiperwlt, autore, alle 15:26 del 4 novembre 2014 ha scritto:

Video (lynchiano) di "Palace". A questo punto dell'anno, ed è un bel po' che ci penso, pezzo dell'anno.

Sor90 (ha votato 7,5 questo disco) alle 20:13 del 15 dicembre 2014 ha scritto:

Oltre "Smother" a livello di composizione credo non si possa andare (ma più passa il tempo, più "Two Dancer" si rivela per il capolavoro cristallino quale è), ma quanta classe, i nostri Wild Beasts. Pur non avendomi entusiasmato come i precedenti, lì davvero innamoramento a primo ascolto, "Present Tense" ha pezzi che se fossero altrove, credo, spiccherebbero come diamanti. Meglio il lato più movimenato "Mecca", "A Simple Beautiful Truth" (quei pezzi che rappresentano la summa di una band al suo stato di maturazione perfetto), "Sweet Spot". Un po' in difetto, rispetto all'album precedente, i pezzi che ricercano atmosfere più eteree. "Wanderlust" è quel pezzo che non ti esalta, ma al quale è impossibile non accordare un'inventiva fuori dal comune.

I testi sempre metricamente arzigogolati (una goduria che solo in pochi sanno imitare) e perversi.

REBBY (ha votato 9,5 questo disco) alle 21:28 del 15 dicembre 2014 ha scritto:

Piu o meno siamo lì, pur essendo tra loro diversi faccio fatica a dire quale sia il migliore. Questi hanno fatto hat trick!

hiperwlt, autore, alle 16:30 del 16 dicembre 2014 ha scritto:

Intanto, due nuovi brani ("Soft Future", la loro prima strumentale in assoluto, e "Blood Knowledge") per questa GIF novel fantascientifica http://wildbeasts.thejamesonworks.com/

Dimash (ha votato 8,5 questo disco) alle 15:41 del 20 dicembre 2014 ha scritto:

Ciao Mauro, scusa il ritardo incredibile, ma oggi dopo tanto tempo mi sono convinto di un fatticello rigurardante quel live al Parenti che mi ha cambiato la vita. Dai si, esagero, ma l'ho trovata un'esperienza senza precedenti, e il merito di ciò sta in quello che per te è stata la nota debole della serata: l'acustica.

Già da subito, quando le vibrazioni di cui parli iniziavano a far tremare tutto, mi ero convinto che non fosse per colpa dell'acustica, ma per MERITO dell'acustica. Mi spiego meglio: secondo me, Thorpe e soci associano alla loro musica la fisicità. E per me è stato, ehm, soprattutto, un concerto fisico. Dicevo all'inizio, me ne sono convinto proprio oggi: ho notato sulla loro pagina fb un video

Dimash (ha votato 8,5 questo disco) alle 15:41 del 20 dicembre 2014 ha scritto:

ho cliccato "invio" per sbaglio, termino in un'altra risposta! ehehehe

Dimash (ha votato 8,5 questo disco) alle 16:16 del 20 dicembre 2014 ha scritto:

Dicevo all'inizio, me ne sono convinto proprio oggi, quando ho notato sulla loro pagina fb un video, quello linkato nel primo commento, la cui didascalia scritta da loro scritta recita: "First installed 60 years ago, the Royal Festival Hall organ is an extraordinary instrument, capable of creating everything from the most delicate sounds to bone-penetrating bass swells." E' palese come facciano riferimento ai bassi creati dall'organo, soggetto della performance del video, che letteralmente possono "penetrarti le ossa". Conseguenza semi-logica è che loro siano costantemente alla ricerca di una fusione tra fisicità ed ascolto. Diciamo che tal ricerca è proprio ciò che per me ha reso quel concerto unico. Vibrazioni viscerali sulle note di Wanderlust (la sua resa dal vivo è, in tal senso, fisicamente stroboscopica. Erano letteralmente i "suoni fisici" a tenermi in piedi), Daughters (nella sua parte finale trovo uno dei momenti più alti e di album, e di concerto) e Pregnant Pause, hanno dato a quel live una dimensione eterea, presente a prescindere, ma resa, per l'appunto proprio dall'acustica (cattiva o perfetta per la loro ricerca?), emozionalmente vibrante. Certo, dici bene, il basso perde in purezza di suono. Ma, data l'esperienza (non vissuta così prepotentemente invece all'aperto, in Sicilia), credo valga la pena, nell'economia emozionale (quindi necessariamente anche fisica) del concerto, pagare il prezzo di un qualsivoglia piccolo difetto. Comunque magari avrò detto una marea di stronzate, frutto solo di qualche film mentale (anche perchè di competenze tecniche non ne posseggo), ma una tale presunzione fisico-musicale non me la sarei mai aspettata dai nostri. Ho parlato troppo, lo sapevo. Ciao SdM, ciao Mauro, è un piacere leggervi

futuroalt-j (ha votato 8 questo disco) alle 17:40 del 16 dicembre 2015 ha scritto:

Ma quando pubblicheranno qualcosa di nuovo?

hiperwlt, autore, alle 18:31 del 24 maggio 2016 ha scritto:

Ad agosto il nuovo Wild Beasts, "Boy King". Evoluzione (o involuzione) electro pop del loro sound: più smooth, formalmente la cosa più pop mai prodotta dai quattro di Kendal; è la prima volta che si allontano così dal loro marchio (esempi a caso: via i tribalismi, la parte cristallina del loro suono, via l'amalgama delle due voci, ridotta a botta e risposta: rimane la carica sexy, forse banalizzata; l'estetica '80s/Drive ancora più radicale e sporca rispetto a qualcosa di "Present Tense", e contemporaneamente super compatta e pulita nella struttura). Un po' perplesso, ma non shockato (ché questa apertura era nell'aria), al momento. Coraggiosi, comunque

woodjack alle 9:53 del 27 maggio 2016 ha scritto:

ottimo! gruppo che seguo con interesse... a me la svolta electro non solo non spaventa ma mi intriga. Il pezzo qui sopra è easy ma ben costruito e di grande gusto, al loro solito insomma. Staremo a vedere.