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R Recensione

8/10

The Sevens Collective

A Too Much Divided Heart

Doloroso e struggente, gemma preziosa e altrettanto rara. Il disco dei Sevens Collective, collettivo d’avanguardia formato da Paul J. Rogers, Jennifer Hames, Michel Leroy, Soriah, Randall Frazier, Philippe Petit, Simon T. Legg, Jack McCarthy, Matthew Webster e Ian Turner, è semplicemente bellissimo, con sfilacciature ispano-siberiane che tendono a drammatizzarne l’intero corpus. “A Too Much Divided Heart”, romanticissimo fin dal titolo, rappresenta la musica dell’anno 14 del secondo millennio dopo Cristo. Se fino a non troppi anni fa si sarebbe dovuto qui parlare di sperimentalismo, avanguardia o musica contemporanea, oggi possiamo tirare un sospiro di sollievo ed affermare che la musica popolare si è davvero evoluta. Basta divisioni, basta categorie, basta muri.

 La miscela latina di “Extraordinary Witch” ricorda i migliori chitarristi iberici e messicani, senza però cedere alla becera tentazione del mariachi: la voce di Leroy piange e grida e poi si perde in anfratti digitali, il tutto mentre pianoforte e violino inneggiano ad una sorta di impresa eroica nella quale l’eroe stesso, certo del proprio sacrificio, si lancia solitario verso un onorevole destino. Semplicemente meravigliosa la successiva “The Rose Room”, tutta giocata sui loop e i windchime di Philippe Petit, con la voce di Simeon Nu Psimian, crocifisso, e le percussioni cavalcanti di McCarthy.

 Il vocalismo xöömej, tipico della musica popolare tuvana, viene utilizzato nella lunga ed affascinante “And Slowly Fell My Ocean Drone”, in cui la salmodiante voce di Soriah, turbata dall’additional echolocation di Turner, raggiunge un lirismo impressionante, facendosi corpo mistico ed esperienza ascetica, sommo spirito e viva materia ad un tempo. Abbiamo qui una voce monotona che sembra accompagnata da un theremin: la cavità orale sta disposta in modo da permettere lo sviluppo di armoniche e realizza un effetto polifonico, con i toni medi ed acuti a differente altezza. Pigramente, pacatamente, un didgeridoo sintetizzato porta il brano in chiusura, per ampliarsi poi nella successiva “El Adios del Sol”, brano che torna alle fiammate spagnoleggianti, con Leroy che ci mette le corde vocali.

 Ancora musica di altissimo livello con “The Levy Flight”, dove predomina lo strumento violino, suonato dalla Hames. Accanto ad esso c’è il violoncello pizzicato e tutta una serie di trucchi elettronici operati dal deus ex machina Paul J. Rogers: dilatazioni elettriche, dolcissime inflessioni di chitarra acustica, e poi sculture sonore e paesaggi e passaggi sintetici. Se a questa composizione complessa e artefatta aggiungete Philippe Petit che processa qualsiasi tipo di suono ambientale, integrando come sempre con laptop e giradischi, capirete bene che questo brano si presenta come una sintesi dell’intero disco.

 La parte finale di “A Too Much Divided Heart” è occupata in prima posizione da “These Heavy Wings”. Semplice qui: tutto prende il largo da un carissimo pianoforte e da una voce degna di una rockstar, con germinazioni FX che crepano il plot sonoro come l’erbaccia nell’asfalto vecchio. Segue “The Berlin Tapes / The Island Apes”, altro snodo importante di questo LP, sottolineandosi per la ritmica nella sua struttura compositiva, aumentando l’aura western. I droni spariscono e tutto finisce in “Don’t Dig So Deep Now”, l’unica traccia convenzionale di questo magnifico viaggio sui ricordi evocati dall’incontro del proprio amore perduto.

 Il sogno di universi alternativi, echi di Coil e Current 93, rendono “A Too Much Divided Heart” uno dei più bei dischi del 2014. Dirò di più: questo disco rappresenta uno dei ponti meglio costruiti tra musica colta e pop, tra la complessità della musica classica e gli schiaffi in faccia del rock. Bellissimo ed indimenticabile.

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Voto degli utenti: 5,5/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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fabfabfab (ha votato 5,5 questo disco) alle 10:49 del 8 dicembre 2014 ha scritto:

La recensione è uno dei pochi esempi di come si possa informare in maniera approfondita e tecnicamente completa senza annoiare il lettore. Il disco io lo trovo bolso, il suo essere "classicheggiante" alle soglie nella new age mi ricorda le derive pretenziose dei gruppi metal di fine anni '90 (tipo i Tiamat), una roba fuori dal tempo e, per me, fastidiossima. E' sicuramente un problema mio eh, ricordatevi che io sono quello a cui non piacciono i Pink Floyd. Ho un problema, questo è acclarato.