R Recensione

7/10

Beirut

The Flying Club Cup

Un’album che inizialmente sembra avere molto di meritevole questo The Flying Club Cup, registrato in Canada da Zack Condon, artista originario di Santa Fe e meglio noto col nome di Beirut.

Perchè quando si ascoltano tracce come Nantes o A Sunday Smile, con tutta la loro evocatività cosmopolita e multi etnica, la sensazione è proprio quella di stare ascoltando un grand disco. La voce di Condon è  splendida, capace di ondeggiare al meglio sopra questi valzer gonfi, ariosi e densi, ricolmi di sfumature piacevolmente pop e di romanticismo dal sentore puramente francese. Il tutto è poi avvolto da un’estetica barocca, ma mai strabordante o altisonante, anzi al contrario perfettamente ad agio nel suo ruolo di esaltare ed elevare i brani.

E così, se il carillon iniziale di La Banlieu viene sovrastato da ritmi e sonorità balcaniche pregnanti come mai, non c’è assolutamente da rimanere turbati, conviene piuttosto farsi trascinare dal flusso sonoro senza opporre alcuna resistenza.

Anche nei brani più spinti ed eccessivi come In The Mausoleum è facile dimenticare la sovrabbondanza di pomposità per sorridere alla “joie de vivre” che ne trapela, apprezzando i passaggi più delicati che fanno capolino qua e la durante il pezzo.

Oppure in Forks and Knives e in The Flying Club Cup, come non apprezzare la spensieratezza scanzonata dell’ukulele, che a tratti richiama la Somewhere Over The Rainbow di Israel Kamakawiwo, ornata ancora una volta da fisarmoniche, trombe e tromboni?

Il problema è che se queste fossero le uniche tracce dell’album si potrebbe anche smetterla li di scrivere e declamare un ascolto ricco di sensazioni appaganti.

Ma c’è un’altra faccia che fin dall’inizio rischia di venir fuori da tutta questa baraonda, ed è la faccia dell’esagerazione e dell’inconcludenza.

E puntualmente questa faccia viene fuori.

Già Penalty, la sesta traccia, arrivava a turbare un ascolto fino a quel momento perfetto, con la sua altalenante e fastidiosa acredine, senza capo né coda, con quella sua marcetta insulsa e quei violini del tutto inadeguati.

Stessa cosa con l’arabeggiante Un Dernier Verre (Pour La Route) o con la ballata fin troppo melensa di Cherbourg, in cui questa volta l’orchestra abusa un po’ troppo della nostra pazienza, rovinando quella che era stata una buona partenza, a base di piano e di tragico lirismo.

Apollonia abusa di suoni già sentiti sia all’interno di questo album che nei valzer di Yann Tiersen, colmando di riempitivi la solita lamentosa cantilena, denaturandola di tutto il buono che inizialmente poteva voler esprimere.

Lo stesso discorso vale per l’ultima Untitled, rigonfia e impettita di un classicismo e di un lirismo che purtroppo allontanano dai più sobri e solari ritmi balcanici e gitani su cui si sarebbe dovuta concentrare una maggiore attenzione.

Tuttavia il disco nel complesso un sette lo riesce a strappare, grazie ad una buona manciata di brani azzeccati capaci di abbagliare con la loro freschezza e la loro evocatività.

Peccato però che si tratti di un capolavoro divisò a metà, a causa dell'eccesso di ambizione (mettiamola così) del ventunenne Zack Condon

V Voti

Voto degli utenti: 7,9/10 in media su 22 voti.

C Commenti

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doopcircus (ha votato 8 questo disco) alle 13:34 del 11 ottobre 2007 ha scritto:

Incantevole

Suona come Neil Hannon dei Divine Comedy che si unisce alla piccola orchestrina dei DeVotchka o Stephen Merritt dei Magnetic Fields si facesse un giro dei balcani. Alla lunga può stancare ma resta un disco INCANTENVOLE.

SteveRogers (ha votato 8 questo disco) alle 7:03 del 15 ottobre 2007 ha scritto:

Nel complesso buono

E' vero che nella seconda parte cala un po', ma non l'ho trovata "rigonfia e impettita" più della prima. Casomai solo meno ispirata. Il disco rimane tutto abbastanza piacevole. Etnico.

simone coacci (ha votato 7 questo disco) alle 14:04 del 30 ottobre 2007 ha scritto:

Zachary

Beirut è divertente, sul serio, lo dico senza una punta di ironia. E "Gulag" era il disco giusto al momento giusto, quello che ci voleva, insomma. Qui si ripete in maniera fin troppo autoindulgente per un ragazzino di 21 anni che dovrebbe osare e spaccarsi il muso contro i vicoli ciechi dell'ispirazione, se necessario. Detto questo, il disco è sicuramente di alto profilo, un po' lagnosetto e monotono in certi punti. La svolta francese poteva essere sfruttata meglio: mescolare Brassens e Goran Bregovic, poteva essere il quinto asso vincente del suo mazzo da giostraio. Bando alle ciance, un sette non glielo leva nessuno!

george (ha votato 10 questo disco) alle 19:22 del 25 dicembre 2008 ha scritto:

non sono d'accordo

io lo trovo un disco eccezionale! Belle voci e arrangiamenti curatissimi!!! Le canzoni stanno in piedi anche solo chitarra e voce....addirittura basta un ukulele!!!! ciao

otherdaysothereyes (ha votato 8 questo disco) alle 22:15 del 10 maggio 2009 ha scritto:

Manca forse di un po' di organicità (qualche pezzo sotttotono o di riempimento)ma alcune composizioni sono bellissime. Sunday smile e Forks and knives indimenticabili.7,5

Roberto Maniglio (ha votato 6 questo disco) alle 21:09 del 30 agosto 2009 ha scritto:

rimettiamo i piedi per terra...

bill_carson (ha votato 7 questo disco) alle 22:38 del 20 dicembre 2010 ha scritto:

niente male...

Giuseppe Ienopoli (ha votato 8 questo disco) alle 16:41 del 13 settembre 2011 ha scritto:

Disegnare la musica

Forse i pezzi chiari e quelli "scuri" servono ad un artista per dare più profondità al lavoro complessivo ed evidenziare le cromaticità sonore delle composizioni evitando il semplice accostamento.