R Recensione

8/10

Rick Wakeman

The Six Wives of Henry the Eight

Ci sono generi nell’ambito della popular music che vivono la loro migliore e più nota stagione dalla seconda metà degli anni sessanta per circa un decennio, o perlomeno sino allo scossone dato dal punk. Tra questi ve n’è uno che prevede un forte legame tra musica rock e musica colta e che da molti viene denominato pop barocco, anche ma non sempre in senso spregiativo. Questo disco pubblicato come prova solista dal tastierista degli Yes, ne è un tipico esempio. Si tratta del primo di una trilogia storica ispirata da avvenimenti o romanzi, che descrive in modo personale i caratteri e le gesta di vari personaggi. Ne Le sei mogli di Enrico VIII, vi sono sei brani, uno per ciascuna delle mogli e si tratta di trasposizioni in musica delle loro vite e del loro rapporto con questo monarca dal carattere non propriamente disponibile e mansueto. Nella quarta di copertina si trovano riassunte le vite delle donne, ma come precisa lo stesso musicista, non si possono necessariamente abbinare momenti musicali e momenti di vita omogenei tra loro.

Ogni brano porta il nome di una sovrana, la durata media è intorno ai sei minuti e vi suonano molti artisti che si alternano alla batteria (come Alan White, Bill Bruford), al basso ecc.; non ci sono testi ma cori o vocalizzi. Naturalmente le parti principali sono suonate dalle numerose tastiere di cui Wakeman ama circondarsi anche dal vivo, ancora oggi. Che sia un’opera ambiziosa lo si deduce sia dal titolo, sia dall’impostazione della copertina che vede l’immagine di un foglio musicale non scritto, dalla tipica colorazione giallina, sul quale viene sovrapposta una discutibile fotografia seppiata raffigurante le “cere” delle mogli con il loro consorte; davanti a questo gruppo improbabile passa il tastierista con aria imbronciata. Sul fondo, in piccolo e poco visibile, curiosamente vi è nientemeno che Richard Nixon (nei trent’anni da che posseggo questo disco non l’ho mai notato, me ne sono accorto recentemente).

L’interno della copertina apribile vede una grande foto delle tastiere usate con didascalie descrittive per ognuna. Quelle che non è possibile comprendere in foto, come un organo a canne di una chiesa usato in un brano, vengono però citate a parte. L’uso di caratteri da stampa eleganti e il retro con le sei riproduzioni delle mogli, completano l’apparato non strettamente musicale e creano una giusta cornice per l’ascolto, un elemento questo molto importante nel decennio in questione.

Quest’opera è un’esaltazione della storia, della musica strumentale, delle possibilità offerte dalle tastiere dell’epoca e logicamente del musicista medesimo. Si avverte un certo gusto per il pianismo della prima metà dell’ottocento, ma anche Prokof’ev e altri russi. La validità del disco non risiede tanto nell’originalità strettamente compositiva, che è quasi assente, quanto nella qualità del “montaggio”, nell’attualizzazione in chiave pop della musica colta grazie alla miscela di sintetizzatori, pianoforte, organo ed altre tastiere amalgamate alla sezione ritmica di basso e batteria. Inoltre comporre un disco strumentale in ambito rock, senza il cantato, che rappresenta da sempre una stampella importante, è un compito gravoso.

Del resto se oggi è di fatto impossibile essere originali, lo era già difficile all’epoca. Ma catturare un’ispirazione o persino il plagio non sono certamente dei mali in musica, la storia ne è piena zeppa e molte volte, anzi quasi sempre, sono più pregevoli dei gruppi buoni imitatori e tecnicamente consapevoli di ciò che stanno suonando, piuttosto che dei presunti originali.

La bravura di Rick Wakeman, in questa come in alcune altre opere della sua discografia, consiste proprio nelle qualità citate sopra. Il sapersi appropriare di musiche di grandi maestri e cercare di calarle all’interno della pop music (magari con un po’ di arroganza, talvolta terminando di riempire il pezzo con momenti stucchevoli o banali), dimostra coraggio e capacità verso una precisa direzione. Non è un caso che questo LP venga adorato e violentemente criticato allo stesso modo. Certamente è un simbolo di un’epoca e di un modo di intendere la musica. Per capire e valorizzare quest’opera, occorre che l’ascoltatore utilizzi lo stesso lessico del compositore e che quindi questo possa comunicare tramite il linguaggio comune. È una questione di codici e di esperienze musicali personali che si possono avere o meno. Se un appassionato di hard core ascolta The Six Wives of Henry the Eight può sentirsi male esattamente tanto quanto un fan del progressive rock se gli viene proposta una canzone dei W.A.S.P.

Questo lavoro ha una sua complessiva coerenza, pur nella varietà di temi musicali, ritmi e timbriche degli strumenti; è un tipico concept-album, ossia vi è un filo conduttore che lega tutte le musiche, rappresentato inizialmente dall’argomentazione storica. Scorrendo i brani si coglie quasi in tutti una certa energia trascinante che sin da Catherine of Aragon si evidenzia. Wakeman cerca di dosare le tastiere all’epoca più propriamente di sintesi (mini-moog, mellotron, A.R.P., ecc.), con quelle tradizionali (organo Hammond, piano a coda), con una predominanza delle prime.

Alcuni caratteri che accomunano i brani sono il sostanzioso apporto ritmico dei batteristi e bassisti che si alternano, la sovraincisione di differenti tastiere, i passaggi pianistici. In ogni pezzo vi è un interludio più o meno lungo nel quale la musica cambia caratteristiche in modo radicale, per poi riprendere il tema iniziale, magari variarlo e concludere. A proposito della chiusura, più volte le musiche vengono concluse o con una sfumata del master (che in determinati casi tuttavia può avere una valenza estetica), oppure in modo troppo crudo. Indubbiamente la chiusura di un brano è sempre un momento delicato. Una miriade di canzoni ricadono nella prima situazione, ma da un tastierista di una certa levatura ci si attenderebbe quasi tutte chiusure musicalmente corrette.

Per quanto riguarda la registrazione, non è delle migliori e il primo riversamento su CD viene compiuto senza nessun rispetto per l’acquirente, infatti rimane il fruscio del disco in vinile, cosa questa molto grave anche perché all’epoca il CD non era in “nice price” come oggi.  Scorrendo il disco con osservazioni “a pioggia”, si nota una notevole concitazione in Anne of Cleves, con un drumming molto muscolare di Alan White. Poi ancora un bel passaggio con forte leslie e un senso di vortice in accelerando con la chitarra elettrica che si ritaglia una particina; il finale è un po’ troncato. Catherine Howard apre quieta in tre tempi per poi vedere l’ingresso di un “tutti” forte; segue un intermezzo di chitarra che viene presto contrastata e spezzata dal mini-moog e quindi un altro intermezzo di piano jazzato. Infine abbiamo la ripresa del piccolo tema iniziale con il mellotron, il cui ingresso viene preparato dal piano, ripetuto e con sapore di valzer. Il finale è con il tema espresso dal sintetizzatore sfumato. Jane Seymour viene eseguito con organo a canne; non è particolarmente originale ma denso di una certa calma maestosa; la batteria suona brevemente ma sarebbe anche inutile nel contesto. Questa moglie diede al re l’unico figlio maschio, questa potrebbe essere una plausibile spiegazione del portamento solenne. La chiusura è tutta per l’organo cui si affianca il mini-moog. Anche in Anne Boleyn dopo un intro pianistico soave si scatena il pezzo. Questa “moglie” dimostra come Wakeman abbia ascoltato Mozart e Chopin, vi sono alcuni passaggi di piano a coda sintonizzati su questi grandissimi autori. C’è un certo contrasto tra il piano e il moog, non troppo gradevole, ma forse funzionale in base agli obiettivi del compositore e una parte centrale che si trascina forzosamente. Infine in Catherine Parr l’attacco è con organo e batteria in grande evidenza, mentre nelle frasi centrali l’autore si fa prendere la mano dal virtuosismo, con timbri discutibili. Ad un tratto un riff ripetuto da varie tastiere anche con piccole variazioni e un po’ cantilenante sfocia in un finale elettronico-effettistico.

A prescindere dalle critiche, più o meno obiettive e sparpagliate lungo la recensione, si tratta di un album storico e perfettamente inquadrato in un determinato genere e in una certa epoca della storia della popular music. Un disco certamente emblematico di un modo classicista di intendere la musica pop, un tentativo di fusione dove da una parte abbiamo circa centocinquantanni di storia assodata della musica e dall’altra un decennio di tentativi in questa direzione. Credo che espandere il linguaggio del rock e del pop, tendendo verso la musica colta, possa fare del bene. I risultati talvolta sono mediocri (ma non è questo il caso), ma perlomeno concorrono a far si che molti tra gli ascoltatori si avvicinino proprio grazie a questo genere, ai grandi maestri della storiadellamusica: non è poco.

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Voto degli utenti: 5,8/10 in media su 4 voti.
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rael 6/10

C Commenti

Ci sono 3 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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PierPaolo (ha votato 6 questo disco) alle 10:10 del 12 maggio 2008 ha scritto:

Grande esecutore, mediocre compositore

Wakeman molto meglio in un contesto di gruppo (Yes), quando altri (Jon Anderson, Chris Squire) e non lui decidono strutture e concetti, e lui deve solo arrangiare e infiocchettare. Quest'album si fa fatica ad ascoltarlo più di una volta all'anno.

Recensione lucida ed intelligente, da appassionato di musica ma con gli occhi e le orecchie aperte, senza fanatismi. Mi piace.

rael (ha votato 6 questo disco) alle 11:56 del 11 giugno 2008 ha scritto:

vero, molto meglio nel contesto di un gruppo, grande musicista!

Totalblamblam (ha votato 1 questo disco) alle 23:46 del 3 novembre 2008 ha scritto:

monnezza