R Recensione

10/10

Van Dyke Parks

Song Cycle

Se facessimo un sondaggio sugli album più influenti degli anni '60, non ci sarebbe alcun dubbio: "Song Cycle" di Van Dyke Parks non entrerebbe nemmeno tra i primi trenta. Ma questo non certo perchè il presente disco non sia stato influente, anzi. Il fatto è che molti potenziali intervistati semplicemente questo album non lo conoscerebbero.

Eppure se solo questi ignari potenziali intervistati fossero a conoscenza di quanto questo disco ha profondamente influenzato più o meno quarant'anni di musica pop successiva, forse "Song Cycle" inizierebbe ad essere considerato come merita.

Già, perchè "Song Cycle", uscito nel lontano 1968, continua ancora oggi a sorprendere l'occasionale ascoltatore grazie alla sua incredibile freschezza. L'autore, Van Dyke Parks appunto, era la prima volta che si esponeva al pubblico come solista, avendo sempre lavorato dietro le quinte come produttore di lavori dei Beach Boys, dei Byrds, o di altri celebri gruppi dell'ondata sixties. La sua opera prima di fatto abbracciava una nuovissima estetica: una canzone in continua evoluzione stilistica, ricamata e intessuta su registri baroccheggianti e dal sapore classico, che cambiava continuamente forma e appariva al tempo stesso decostruita attraverso orchestrazioni frammentate e trovate di musica concreta che accentuavano il piglio dissacratorio, una sorta di incontro tra Burt Bacharach e Frank Zappa.

Il pop barocco di David Ackles e dello Scott Walker di "Scott 4", la new wave dall'accento più pop di Laurie Anderson e Cars, il pop orchestrale di Belle & Sebastian e Magnetic Fields, fino ad arrivare all'ultimissimo pop cameristico di Sufjan Stevens e Bobby Conn, sono tutti nomi che devono più di qualcosa a questo disco, che si apre con uno straniante bluegrass di un minuto circa. E' il prologo alla prima traccia, "Vine Street", che non è altro che una cover di Randy Newman, ma - signori - che razza di cover! Più che una reinterpretazione di Newman il brano è una sua totale riscrittura, ricco di trovate e di effetti dal sapore noir ma soprattutto di code sonore che sembrano estrapolate da un contesto broadwayano. Jerome Kern, Kurt Weill, Martin Denny e tanti altri eroi dell'operetta e della lounge sembrano idealmente incontrarsi in questi brevi passaggi.

Sì, brevi, perchè le canzoni di questo disco (ma è appropriato chiamarle "canzoni"?) raramente durano più di tre minuti.

"Palm Desert" è a sua volta pieno di inserimenti quasi fumettistici, come il cinguettio degli uccellini e i coretti femminili. Un brano in cui è possibile udire ogni genere musicale classico condensato nei suoi tre secondi di gloria, dal folk al doo wop.

La struttura di "Laurel Canyon", poi, è a dir poco geniale: il pezzo si presenta due volte all'interno dell'album, prima con una semplice introduzione di trenta secondi che rimanda alla canzonetta di Tin Pan Alley, in seguito, alcune tracce dopo, con una strofa di un minuto completamente diversa, triturata e scomposta dai soliti effetti cameristici, che viene però raggiunta, in coda, dalla traccia iniziale, a mò di ritornello. Un gatto che si morde la coda, in definitiva. Illuminante.

Il genio di Parks si mostra anche in "All Golden", un pò country, un pò vaudeville, imperniato su liriche incomprensibili (altro punto forte ed affascinante dell'intero disco)che parlano di Alabama e di Silver Lake, ma senza continuità narrativa, e su un impianto teatrale di gusto brechtiano. E come non citare l'altra cover del disco (ma ha senso parlare di "cover"?), quella "Colours" di Donovan, che sicuramente avrà fatto impallidire il suo autore originale? E' uno dei brani più disarticolati dell'intero lotto: anche dopo averla ascoltata un milione di volte ci si chiede dove stiano l'inizio e la fine, ma soprattutto che c'entri Donovan in tutto questo (!).

Parla di guerra anche "The Attic", altra mistura di ragtime e canzone classica alla Frank Sinatra, in cui Parks si rivolge a un ipotetico amore del passato e in cui sembra ricordare tempi andati con fare nostalgico, quando con la sua amata rimirava la luna da una soffitta. L'effetto romantico e passionale che se ne potrebbe trarre è però totalmente soffocato dal clima oppressivo reso dagli archi di sottofondo e dai continui riverberi.

Il collage parksiano trova la sua migliore espressione con "By The People"; anche qui canzonetta da Tin Pan Alley, anche qui effetti doo wop dati dai coretti di donna, anche qui alienazione totale dal pop più convenzionale e ortodosso, grazie ad un brano che sembra non volersi mai assestare su di un binario preciso.

Nonostante tutte queste succulenti coordinate musicali, come si diceva all'inizio, "Song Cycle" rimane un disco poco conosciuto. All'epoca fu pressoché un disastro commerciale, e venne rivalutato solamente negli anni a venire grazie a diversi cultori che scoprirono le influenze sopraccitate. Ascoltato al giorno d'oggi, "Song Cycle" non fa che confermare quanto sbagliato sia quel pensiero molto diffuso che vede nella musica pop un genere colmo di banalità e melodie scontate.

V Voti

Voto degli utenti: 8,4/10 in media su 6 voti.
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DonJunio 10/10
bart 3/10
loson 10/10
gramsci 10/10
Lelling 9,5/10

C Commenti

Ci sono 5 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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Nadine Otto alle 8:26 del 25 maggio 2007 ha scritto:

Recensione ottima!Complimenti!

DonJunio (ha votato 10 questo disco) alle 13:52 del 27 maggio 2007 ha scritto:

l'olandese volante

Van Dyke Parks appartiene già alla mitologia del rock per quallo che ha fatto con Brian Wilson ( e per ciò che sarebbe potuto essere "smile"....ma poi questo "song cycle" è un altro mattone nel muro della musica americana, per la capacità di stratificare tutti i generi che la compongono con un piglio iconoclasta e geniale ( si pensi soltanto a "vine street", per costruire un sacramento musicale fuori dal tempo.

bart (ha votato 3 questo disco) alle 11:59 del 18 aprile 2010 ha scritto:

A me non piace per niente. Sarà anche un disco importante, ma non è proprio il genere di musica che fa per me.

loson (ha votato 10 questo disco) alle 12:34 del 18 aprile 2010 ha scritto:

Il genio...

Skylarking alle 20:41 del 22 luglio 2015 ha scritto:

Ho provato ad ascoltarlo più volte in momenti differenti, ma ....niente. Per me non è assolutamente un capolavoro, piuttosto il prodotto di un folle che ha avuto modo di introdursi di nascosto in uno studio di registrazione. Voto 5