R Recensione

7/10

Electric Soft Parade

No Need To Be Downhearted

Un pianoforte e una voce…

No need to be downhearted” inizia, con eleganza, proprio dove il precedente “The american adventure” (disco colpevolmente sottovalutato) snocciolava le sue ultime note…riprendendo esattamente quelle stesse sensazioni e la stessa atmosfera di ”Existing”, ottima chiusura di un disco tutt’altro che semplice e diretto.

I fratellini “polistrumentisti” White, Thomas e Alex con il supporto dell’accoppiata Matthew, Twaites al basso e alle tastiere e Priest alla batteria, pubblicano così il loro terzo disco in sette anni, intervallati in primis dalla breve e non ancora chiusa parentesi con i Brakes, il più classico dei side project insieme ai compagni di viaggio, nonché compagni di bevute Eamon Hamilton dei British Sea Power e Marc Beatty dei Tenderfoot con i quali diedero alle stampe nel 2005 il già dimenticato “Give blood” (poco più di un divertissement) per poi rientrare in “base” con l’ep “The Human body” del 2006.

Riprendendo e se vogliamo ampliando lo stesso discorso intrapreso quattro anni fa, tanti ne sono passati dall’ultimo “The american adventure” il gruppo smentisce con i fatti, almeno in parte, un ritorno ad un pop (o meglio brit pop) più lineare e limpido come quello dell’esordio, a favore invece di un qualcosa di più articolato e complesso…

Di base rimangono pur sempre le influenze del brit pop, questo è innegabile, grazie alle loro notissime passioni per altro sempre dichiarate per gruppi come/quali i Super Furry Animals, Geneva, Radiohead, Blur e soprattutto i Boo Radleys che in una canzone come “Misunderstanding” salgono in cattedra sollevando più di un paragone con il loro celebre inno mattutino “Wake up boo!”.

Chiaramente di richiamo, pullulano anche i riferimenti alle gemme più preziose degli anni ’60 come Kinks e Beach Boys.

Molto belle sono in questo senso, la “cantautoriale” “Shore Song” delicata e arpeggiata con qualche scaglia di xilofono qua e là, “Cold world” che rappresenta in toto la quintessenza del pop e ci rimanda a quel gioiellino di “Lose yr frown”, senza dimenticare “Come back inside” che sembra sia stata in vacanza con Brian Wilson pur conservando una malinconia palpabile e “Secrets”, trasognante quasi alla maniera dei Pink Floyd

Due invece le novità “di peso” in questo nuovo lavoro, che molto spesso vanno di pari passo…

Innanzitutto un maggior impiego di materiale sintetico/elettronico, percepibile in praticamente tutte le tracce del disco e poi una qualche discutibile chitarra “alla moda” come in “Life in the backseat” sostenuta e arricchita nel finale dai sintetizzatori e nel singolo electro pop di “If that’s the case, then i don’t know”.

La peculiarità di questi ragazzi sta però nel saper proporre paesaggi sonori smaccatamente british ispiratissimi e mascherarli o meglio arricchirli di atmosfere dilatate e trasognanti, variazioni stilistiche, melodiche e strumentali.

Ne è un esempio più che esaustivo il dolce risveglio di “Woken by a kiss” suddivisa in tre parti ben distinte tra loro:

La prima, aperta da una chitarra sporca fino al midollo e quasi shoegaze e una voce filtrata dai sapori dream pop che domina i versi del pezzo, la seconda, che prende vita nel ritornello, denota una purificazione e un raggiungimento quindi di atmosfere celestiali grazie anche all’uso di una simpatica marimba. Infine, la terza e ultima parte: una coda finale ipnotica e “visionaria” degna dei migliori Flaming Lips

If that’s the case, then i don’t know” esordisce invece con una chitarra e una voce che oggi diremo di stampo “Interpoliano” ma che vede nei Joy Division i suoi padrini legittmi.

Il riff portante è così orecchiabile che ti si appiccica addosso per non mollarti più e viene contrapposto al solito sintetizzatore quasi fosse un suono di un giochino datato del Nintendo.

Molto bella anche l’accoppiata “Have you ever felt like it’s too late” e “Come back inside”, legate tra loro da un filo conduttore riconoscibile prima di “Appropriate ending” e la conclusiva “No need to be downhearted part2” romantica, divagata e ben arrangiata che rappresenta la classica chiusura del cerchio.

Qualcuno potrà criticare questo lavoro a causa delle sue molteplici influenze, altri potranno rimanere delusi, orfani per la seconda volta, di quel brit pop limpido che caratterizzava “Holes in the wall” altri ancora invece, come il sottoscritto, apprezzeranno la voglia dei nostri di trovare una propria identità, il cercare di proporre un qualcosa di già sentito ma che risulti comunque originale.

In questo senso “No need to be downhearted” grazie ad un uso maggiormente massiccio dei sintetizzatori e dell’elettronica in generale, una percettibile predisposizione per le atmosfere e le divagazioni psichedeliche/prog e una cura maniacale negli arrangiamenti, riesce nel suo intento, rinunciando magari al successo planetario per ritrovarsi sulla bocca di pochi appassionati della buona musica come noi.

No need to be downhearted” è un disco che non può essere considerato estivo e semplice, ma neanche invernale e cupo, che non sarebbe adatto nemmeno ad un autunno “spoglio” ma che, questo si, si accosta/abbina benissimo ad una primavera fresca e spensierata.

V Voti

Voto degli utenti: 6/10 in media su 1 voto.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5
MinoS. 6/10

C Commenti

Non c'è ancora nessun commento. Scrivi tu il primo!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.