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5,5/10

Inspiral Carpets

Inspiral Carpets

Un ritorno che è importante a prescindere dal risultato. Importante per almeno due motivi: il primo, che gli Inspiral Carpets sono stati una band fondamentale, capace di lasciare segni indelebili nel pop contemporaneo; il secondo, che in piena riscoperta della scena di Madchester loro -che quella scena l'hanno marchiata a fuoco- non potevano proprio mancare. Purtroppo però, al di là della rilevanza dell'evento in se', questo “Inspiral Carpets” non brilla affatto.

Ma andiamo con ordine. “Life” e “The Beast Inside”: due gioiellini di sgargiante pop britannico, giunti forse troppo presto -nonostante il successo riscosso in patria- per entrare nel vortice britpop che sarebbe esploso a breve. Niente male nemmeno i due album successivi. Poi, nel 1994, tutto finisce mentre tutto inizia (è l'anno di “Parklife”, per dire). Gli anni passano e ognuno segue la sua strada. Poi un'estemporanea reunion nel 2003 e oggi, dopo il lancio di un singolo un paio d'anni fa, il nuovo album: il quinto a nome Inspiral Carpets.

Gli equilibri (precari) che avevano ridestato la band negli ultimi anni sono però definitivamente rotti. Alla voce c'è infatti Stephen Holt, subentrato recentemente dopo la definitiva dipartita di Tom Hingley, e nel complesso il suono risulta stanco, posticcio, sebbene i quattro cerchino insistentemente di farsi belli con le nuove generazioni ribadendo, in cadenze uptempo, la loro tipica formula: un'operazione che, però, non convince appieno.

Certo, ci sono le mirabolanti tastiere di Clint Boon (“Let You Down”, “Calling Out to You”) che rivestono tutto di una rinfrescante glassa doorsiana, ci sono le sei corde funkeggianti in wah wah di Graham Lambert (“Forever Here”) che resistono nonostante un testo poco credibile, ma manca l'energia primigenia (potremmo dire giovanile, ma non è solo questione di anagrafe) che animava i lavori degli anni Novanta. E così i brani si susseguono senza regalare quel “qualcosa in più” che costituisce l'anima di ogni buon disco: “Monochrome”, “A to Z of My Heart”, “Changes” e “Human Shield” procedono tutte sulla stessa lunghezza d'onda (chincaglierie sixties rafforzate da una sessione ritmica ottantiana), lasciando trasparire il savoir-faire proprio dei veterani spoglio però di quella carica creativa che sola sarebbe capace di allontanare lo spettro della maniera e del formalismo.

Al di là di qualche segno di vitalità (il brio di “Spitfire”, dove gli interventi di Lambert sono un vero valore aggiunto; il piglio deciso di “Our Time”, delizioso e sgargiante rétro-pop) l'album non prende il volo. Il futuro -se di futuro si può parlare- degli Inspiral Carpets ha il sapore di un vintage-rock piuttosto spento: dei fasti di Madchester nemmeno l'ombra.

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