R Recensione

8/10

Kula Shaker

Strange Folk

I Kula Shaker apparvero sulle scene a metà degli anni ‘90 in un panorama musicale dove la parola d’ordine grunge stava lasciando spazio alla parola d’ordine brit pop, grazie all’opera di Oasis, Blur, Radiohead, Suede, Pulp ed altre band presto dimenticate.

Erano tutti impegnati a riportare la terra d’albione al centro delle attenzioni, ma la ricetta proposta da Crispian Mills e soci fu portentosa: la più originale miscela mai prodotta di Beatles (in particolare la parte harrisoniana) ed atmosfere indiane.

Il disco d’esordio (K, 1996) andò niente male, ed il successivo (Peasants Pigs And Astronauts, 1999, prodotto da Bob Ezrin) li confermò come band ancora più matura e sicura delle proprie potenzialità.

Poi improvvisamente il nulla.

Dopo anni in cui li avevamo dati per dispersi il 2006 ha segnato un primo timido ritorno contrassegnato dell’EP Revenge Of The King.

Il 2007, quasi in sordina, ci consegna questo Strange Folk, nel quale il trio ripropone la ricetta Beatles + India + Psichedelia, ma non è niente affatto una minestra riscaldata, anzi dopo un primo approccio in cui li guardiamo in cagnesco dobbiamo velocemente ricrederci.

Bastano poche note e “Out On The Highway” ce li mostra subito al massimo della forma, un autostrada sonora che scorre via alla velocità della luce su fiumi di chitarre.

È chiaro che l’irruenza e lo slancio di K e del suo successore erano ben altra cosa, ma il nuovo Stangefolk non sfigura affatto e fa sì che questa reunion possa passare agli annali come una delle più riuscite degli ultimi tempi (reunion per 2/3 visto che Joy Darlington è passato in pianta stabile negli Oasis ed è stato sostituito da Harry Broadband).

Second Sight” è annunciato come primo singolo ed è un bel tritato di beat, psichedelia e riff tanto semplici quanto efficaci (con assolo centrale molto Doors - style).

Crispian Mills (che pare identico a dieci anni fa!) è stato sempre giudicato come uno dei più grandi ladri musicali di sempre, ma il suo è un ladrocinio che porta a soluzioni gradevoli e personali.

Sentite “Die For Love”, niente di nuovo sotto il sole, ma è una di quelle ballatone per la quale centinaia di gruppetti contemporanei venderebbero anche la madre: emozioni a fior di pelle.

Su “Great Dictator” (già apparsa sull’EP dello scorso anno in una versione alternativa e meno “prodotta”) partono pure le prime serie bordate di Hammond, che più Traffic non si può, ma i Kula in più ci mettono sopra dei coretti che solo i Beach Boys avrebbero potuto fare meglio, il tutto immerso in un’atmosfera surf divertente ed azzeccatissima.

La breve “Strange Folk”, un minuto e mezzo di clavicembalo, voce narrante ed indianerie varie, è solo il corridoio che conduce a “Song Of Love / Narayana”, dove viene ripreso il tema di “Narayana” scritta qualche anno fa per i Prodigy e pubblicata nel best seller The Fat Of The Land.

Shadowlands” è la ballata più riuscita del disco, ed a seguire si schiude un’altra perla, quella “Fool That I Am” che è una delle cose più vicine ai Beatles mai ascoltate (ma ci erano già riusciti nel 1999 con “Shower Your Love”, e con “Ol’ Jack Tar” ci rivanno vicini poco più avanti): da brividi.

Hurricane Season” ha una cadenza degna del miglior Dylan, ed a questo punto davvero tanto di cappello per la capacità di frullare tanti riferimenti in maniera così esplicita ma allo stesso tempo così nuova e personale, anche perché il dylanismo iniziale sfocia in mille rivoli dove si stringono in un virtuale abbraccio almeno Byrds, Grateful Dead, Doors ed i tramonti sul Taj Mahal.

Sul finale la formula tende un po’ a ripetersi con meno originalità ma con intatta freschezza, il nostro lettore passa in rapida sequenza “6ft Down Blues” (anche questa già edita su Revenge Of The King), “Dr. Kitt” e “Super CB Operator” le quali ci conducono alla fine del dischetto.

Meno India e più pop / rock in questo Strange Folk, non sorprendente come i due precedenti lavori, ma decisamente meglio dei Jeevas, il gruppo col quale Mills si è sollazzato negli ultimi anni, e con il quale ripeteva la formula Kula Shaker orientandola però più marcatamente verso il pop e realizzando due dischi passati completamente inosservati dalle nostre parti.

Bentornati nel magico teatro del pop.

I Kula Shaker apparvero sulle scene a metà degli anni ‘90 in un panorama musicale dove la parola d’ordine grunge stava lasciando spazio alla parola d’ordine brit pop, grazie all’opera di Oasis, Blur, Radiohead, Suede, Pulp ed altre band presto dimenticate.

Erano tutti impegnati a riportare la terra d’albione al centro delle attenzioni, ma la ricetta proposta da Crispian Mills e soci fu portentosa: la più originale miscela mai prodotta di Beatles (in particolare la parte harrisoniana) ed atmosfere indiane.

Il disco d’esordio (K, 1996) andò niente male, ed il successivo (Peasants Pigs And Astronauts, 1999, prodotto da Bob Ezrin) li confermò come band ancora più matura e sicura delle proprie potenzialità.

Poi improvvisamente il nulla.

Dopo anni in cui li avevamo dati per dispersi il 2006 ha segnato un primo timido ritorno contrassegnato dell’EP Revenge Of The King.

Il 2007, quasi in sordina, ci consegna questo Strange Folk, nel quale il trio ripropone la ricetta Beatles + India + Psichedelia, ma non è niente affatto una minestra riscaldata, anzi dopo un primo approccio in cui li guardiamo in cagnesco dobbiamo velocemente ricrederci.

Bastano poche note e “Out On The Highway” ce li mostra subito al massimo della forma, un autostrada sonora che scorre via alla velocità della luce su fiumi di chitarre.

È chiaro che l’irruenza e lo slancio di K e del suo successore erano ben altra cosa, ma il nuovo Stangefolk non sfigura affatto e fa sì che questa reunion possa passare agli annali come una delle più riuscite degli ultimi tempi (reunion per 2/3 visto che Joy Darlington è passato in pianta stabile negli Oasis ed è stato sostituito da Harry Broadband).

Second Sight” è annunciato come primo singolo ed è un bel tritato di beat, psichedelia e riff tanto semplici quanto efficaci (con assolo centrale molto Doors - style).

Crispian Mills (che pare identico a dieci anni fa!) è stato sempre giudicato come uno dei più grandi ladri musicali di sempre, ma il suo è un ladrocinio che porta a soluzioni gradevoli e personali.

Sentite “Die For Love”, niente di nuovo sotto il sole, ma è una di quelle ballatone per la quale centinaia di gruppetti contemporanei venderebbero anche la madre: emozioni a fior di pelle.

Su “Great Dictator” (già apparsa sull’EP dello scorso anno in una versione alternativa e meno “prodotta”) partono pure le prime serie bordate di Hammond, che più Traffic non si può, ma i Kula in più ci mettono sopra dei coretti che solo i Beach Boys avrebbero potuto fare meglio, il tutto immerso in un’atmosfera surf divertente ed azzeccatissima.

La breve “Strange Folk”, un minuto e mezzo di clavicembalo, voce narrante ed indianerie varie, è solo il corridoio che conduce a “Song Of Love / Narayana”, dove viene ripreso il tema di “Narayana” scritta qualche anno fa per i Prodigy e pubblicata nel best seller The Fat Of The Land.

Shadowlands” è la ballata più riuscita del disco, ed a seguire si schiude un’altra perla, quella “Fool That I Am” che è una delle cose più vicine ai Beatles mai ascoltate (ma ci erano già riusciti nel 1999 con “Shower Your Love”, e con “Ol’ Jack Tar” ci rivanno vicini poco più avanti): da brividi.

Hurricane Season” ha una cadenza degna del miglior Dylan, ed a questo punto davvero tanto di cappello per la capacità di frullare tanti riferimenti in maniera così esplicita ma allo stesso tempo così nuova e personale, anche perché il dylanismo iniziale sfocia in mille rivoli dove si stringono in un virtuale abbraccio almeno Byrds, Grateful Dead, Doors ed i tramonti sul Taj Mahal.

Sul finale la formula tende un po’ a ripetersi con meno originalità ma con intatta freschezza, il nostro lettore passa in rapida sequenza “6ft Down Blues” (anche questa già edita su Revenge Of The King), “Dr. Kitt” e “Super CB Operator” le quali ci conducono alla fine del dischetto.

Meno India e più pop / rock in questo Strange Folk, non sorprendente come i due precedenti lavori, ma decisamente meglio dei Jeevas, il gruppo col quale Mills si è sollazzato negli ultimi anni, e con il quale ripeteva la formula Kula Shaker orientandola però più marcatamente verso il pop e realizzando due dischi passati completamente inosservati dalle nostre parti.

Bentornati nel magico teatro del pop.

V Voti

Voto degli utenti: 4,8/10 in media su 6 voti.
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Vikk 6/10

C Commenti

Ci sono 5 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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Dr.Paul (ha votato 6 questo disco) alle 12:57 del 12 dicembre 2007 ha scritto:

mmm una sufficienza stiracchiata!

Peasyfloyd (ha votato 4 questo disco) alle 18:15 del 12 dicembre 2007 ha scritto:

nun m'è piaciuto proprio.

Vikk (ha votato 6 questo disco) alle 9:15 del 13 dicembre 2007 ha scritto:

troppo West e troppo poco East

niente di che...purtroppo

"K" rimane un piccolo capolavoro di piacevolissimo retro-rock contaminato, gia' il successivo non mi ha mai convinto del tutto.

eddie (ha votato 5 questo disco) alle 9:31 del 22 dicembre 2007 ha scritto:

poverini hanno un po perso la bussola.

Utente non più registrato alle 21:51 del 20 febbraio 2012 ha scritto:

Leggermente inferiore ai due predecessori ma sempre un bell'album e un ottimo gruppo, a cui sono affezionato fin dalla prima uscita.