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R Recensione

8/10

case/lang/veirs

case/lang/veirs

Neko Case e il suo cantautorato rock dal cuore country, k.d. lang e il suo classicismo intriso di rimandi a Nashville e Tin Pan Alley, Laura Veirs e la sua formula sbarazzina capace di infondere leggerezza indie ad una solidissima scrittura folk. Tre voci americane, molte sfumature, diversi approcci, variegati timbri. Tre distinte femminilità, anche. Quale idea migliore se non quella di unire queste differenze in un progetto comune? Detto fatto: “case/lang/veirs” (rigorosamente in minuscolo) è un lavoro corale, capace di valorizzare e al contempo equilibrare le tre personalità in un comune abbraccio, in un sentire condiviso (che comprende gli elementi country e americana, il richiamo ad un songwriting tradizionale che va da Frank Sinatra a Dolly Parton, da Judee Sill ai Jayhawks, il gusto da camera con cui si organizzano gli arrangiamenti).

A Laura Veirs, dunque, il ruolo di lead vocalist nei brani più frizzanti e (indie)folk (“Song for Judee”, “Greens of June”, “Best Kept Secret”, “I Want to be Here”, “Georgia Stars”), la voce energica di Neko Case si presta invece ai momenti più contaminati e pop (“Delirium”, “Behind the Armory”, “Supermoon”, “Down”), mentre il timbro vellutato e ricco della bravissima k.d. lang conduce i momenti più raffinati e soffusi, tra torch songs ed eleganti ballate (“Honey & Smoke”, “Blue Fires”, “1000 Miles Away”, “Why Do We Fight”).

La viva dialettica tra impronta individuale e afflato collettivo è quanto rende questa prova tanto bella: le ottime canzoni che qui si susseguono sono frutto di un accorato lavoro di arrangiamento, spiccando per una ricercata sensibilità chamber che costituisce uno dei principali pregi -assieme ad una scrittura e ad un'interpretazione sopraffine- dell'album. Ogni brano è curato nel dettaglio, per un densissimo scrigno di sfumature: tra i brani da rimarcare, sicuramente, la conturbante e sessantiana “Honey and Smoke”, sospesa tra il fumoso e sensuale mood delle strofe -con quel delizioso organetto doorsiano- e le trame doo-wop del ritornello, l'elegantissima ballata pianistica “Blue Fires”, gestita da una meravigliosa Lang (da apprezzare anche nella toccante “Why Do We Fight”), la ricca “Delirium”, che ha il sapore di un ideale duetto tra i Fleetwood Mac e il Gene Clark di “No Other”, l'irresistibile carico di profumi degli archi e dei fiati che adornano il ciondolare jangly di “Best Kept Secret”, o l'elettrica e minacciosa chiusura di “Georgia Stars”.

A Case, Lang e Veirs, che rifiutano di scomparire del tutto all'interno dell'opera, è affidata l'interpretazione dei brani che meglio si adattano alle rispettive sensibilità, eppure il tutto funziona proprio perché convogliato in un equilibrato meccanismo cooperativo, per una tracklist dove le individualità, anziché alternarsi in un semplice gioco di featuring, si compenetrano e rafforzano a vicenda. Il risultato è uno dei dischi chamber folk più belli degli ultimi anni.

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Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 4 voti.
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C Commenti

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woodjack (ha votato 8 questo disco) alle 20:54 del 9 novembre 2016 ha scritto:

lo avevo snobbato, il folk non mi fa impazzire (men che meno il "contemporary"), poi ho letto chamber pop... e ho visto l'8 di Matteo, e scopro che il folk e il country sono solo due degli ingredienti, ma al di là di questo... i pezzi uno più bello dell'altro! aspetto per il voto, prima di metterlo a cazzium come mio solito

Cas, autore, alle 9:06 del 10 novembre 2016 ha scritto:

grande!

uno dei dischi 2016 a cui sono più legato. veramente incantevole.

baronedeki (ha votato 8,5 questo disco) alle 18:02 del 12 novembre 2016 ha scritto:

Tutto funziona perché si è pensato al bene comune l'album e non ad inutili personalismi . Grande album di comune cooperazione ogni cosa e messa al punto giusto . Disco incantevole e magico.