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R Recensione

7/10

Andrew Wyatt

Descender

Andrew Wyatt è uno che di suoni se ne intende: produttore di Bruno Mars, Mark Ronson e Carl Barat, voce nei Miike Snow (indie pop cucinato a puntino per intercettare i gusti del grande pubblico), curatore di installazioni sonore per mostre e scrittore di musica per il teatro. Insomma, la sua è una formazione tutt'altro che amatoriale, tutt'altro che improvvisata. Un artista, Wyatt, che ci riporta alla mente le figure dei grandi produttori portatori, oltre che di perizia tecnica, di vere e proprie visioni (si pensi ad un Phil Spector, ad un Joe Meek, o ad un Brian Wilson). La figura del produttore demiurgo, quello che infonde vera vita nei brani, che ne libera il potenziale, che unisce il “cosa” si suona con il “come” lo si fa (perché in musica “bello” e “prodotto bene” vanno a braccetto), è quella che meglio si addice -con i dovuti pesi e le adeguate misure- al nostro Wyatt, che col suo esordio solista Descender, rivitalizza tutta una tradizione di pop orchestrale riunendola in un sintetico gioiellino pop riccamente arrangiato e -va da se'- prodotto.

Un disco dal minutaggio rispettoso dell'ascoltatore, dove gli arrangiamenti sontuosi e ricchi (ad opera dei 75 elementi della Filarmonica di Praga), in ricordo di artisti del callibro di Scott Walker, Van Dyke Parks e del più recente Neil Hannon non fanno lo sbaglio di sovraccaricare i brani che in questo modo mantengono inalterata la loro essenza easy listening. Così la prima Horse Latitudes, appena franta da un'elettronica d'accostamento (dispensabile, a dirla tutta), è tutta un levitare suadente d'archi, un pezzo da camera madido di chiaroscurale mistero, un gonfiarsi imponente che però si quieta nelle partiture conclusive, che disciolgono la solidità conquistata per rarefarla in ripetizione circolare, pesante contrasto al delinearsi melodico cui sembrava non mancare nulla. Poco male, perché d'ora in poi è la forma canzone, seppur arricchita e cesellata con una grandeur strumentale distintiva, a dominare. La leggerezza pop di Harlem Boyzz, dal fare sessantiano, non è quindi appesantita dalle partiture orchestrali, come nemmeno And Septimus, col suo continuo lavorio d'orpelli attorno all'andazzo lineare e frivolo della melodia, o la più riflessiva It Won't Let You Go, splendida nei suoi sviluppi che danno al tutto un'eccezionale completezza discorsiva, in un continuo d'accenti e di fraseggi tra le diverse componenti orchestrali. Più vicina a certe produzioni tendenti all'indie (penso ad un Owen Pallett), Cluster Subs , con il suo jingle campionato cui si sovrappone una densa glassa chamber pop, mentre forte di una stazza austera che sembra ispirarsi a In the Wee Small Hours la bella She's Changed, che non manca di mutare nel finale grazie ad ampie aperture sonore, liberando la composta matrice iniziale.

Un album ricco e meticoloso, ma anche capace di regalare canzoni fresche e briose. Una prova riuscita, senza dubbio, per Andrew Wyatt. Un esperimento che ne rivela il grande talento e che sembra aprire un percorso artistico che sarebbe imperdonabile lasciare inesplorato, viste le premesse.

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 3 voti.
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Gio Crown 6,5/10

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