Grizzly Bear
Yellow House
Se "Veckatimest" è un urlo a pieno polmoni, "Yellow House", che l'ha preceduto, è appena un sussurro; e le rispettive copertine, al solito, sono gli specchi perfetti della profonda differenza alla base dei due album: da una parte una copertina a colori pastello che si materializza sopra un reticolo di forme astratte, prismi vari e linee fratte, dall'altra parte una fotografia a fasce tonali (scuro-chiaro-scuro-chiaro-scuro), una soffitta ad angolo immortalata nel fascio di luce mattutina che l'attraversa, e tinte deboli tra l'ocra e il bianco spento. E il tutto come si traduce in musica? In due album eccellenti, tanto per iniziare. Poi con il passaggio dal prezioso minimalismo compositivo di questo al trionfo eclettico esuberante dell'ultimo "Veckatimest".
Questo secondo album è pigrizia, prima di tutto: le melodie – quasi tutte di una grazia elegantissima – non decollano mai veramente, hanno un andamento sonnecchiante, la voce non si fa mai potente cassa di risonanza, mantiene un lieve distacco quasi snob che si trascina per tutti i brani, come dimostra il risveglio mattutino della gemma "Knife", sostenuta da un tenue giro di basso, e poi tutta ricamata attorno a coretti stiracchianti, percussioni strascicate e un finale per pianoforte scordato e basi drum elettroniche tutto da godere. I suoni diffusi per tutta la durata dell'album vivono in un'atmofera casalinga, tra il sogno e il domestico, e ricamano brani di assoluto valore per merito soprattutto dello splendido dosaggio tonale di Christopher Bear alle percussioni ("Central And Remote") e dei giochi di voci disseminati qua e là nei dieci brani del disco (i fischietti di "Plans", canzone presa in prestito dai Black Heart Procession più languidi, ma anche "Lullabye", digressione folk custodita in una dimensione da favola, schiarita da flauti in lontananza, arpeggi snelli e dinamici, e un testo primaverile che con la voce di Edward Droste marchia a fuoco "Chin up, cheer up..."). Ecco, precisamente questo imprinting favolistico, quest'immersione nell'incanto – suggestiva in tal caso la scelta della casa gialla della madre di Droste, ricordo d'infanzia, per la registrazione dell'album – rendono "Yellow House" molto più intimo e racchiuso nelle melodie rispetto a "Veckatimest": a prendere il sopravvento sono soprattutto suggestioni chamber-pop, qualcosa a cui molto dovranno gli Anathallo di "Canopy Glow", in particolare per l'attitudine prettamente corale nell'approccio alle canzoni, e di molto simile al raccoglimento classicista dei Clogs del bellissimo "Lantern" (le partiture di banjo di "Easier", tanto per dirne una, o il suo attacco da lenta ballata pianistica, o ancora l'affascinante progressione di "Marla" per piano, spazzolate di batteria, e violini vesperi sullo sfondo).
A differenza di "Veckatimest", comunque, e fatta eccezione per "Knife", in "Yellow House" non compaiono mai singoli dorati estratti alla perfezione dall'enciclopedia dell'alt-folk, ma piccoli bozzetti acustici in continua evoluzione compositiva, come dimostra sapientemente "On a Neck, On a Spit", prima tutta controtempi nelle rullate di batteria e note scordate di chitarra, poi scorrevole nella ripresa di voce e in una batteria tornata compatta, fino allo scioglimento lento nei flessuosi intrecci di chitarra. A farsi strada tra i corridoi, la nuda carta da parati e i parquet immaginari di questa casa gialla rimane quindi la convinzione che in realtà qualunque casa, foresta o spiaggia, sono tutti un po' habitat ideali dei Grizzly Bear: un orso bruno, certo, mai del tutto in letargo.
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