My Brightest Diamond
All Things Will Unwind
Recensire un disco di Shara Worden è sempre un evento un po’ speciale qui da noi. Specie quando non si tratta di uno dei suoi innumerevoli progetti paralleli ma della sua creatura più personale e principale: My Brightest Diamond. Con il dovuto rispetto, potremmo dire che sono cresciute insieme, Shara e Storia, dagli esordi nel 2006 ad oggi. Ricordo bene il giorno in cui il nostro Antonio (aka The Boss) mi disse: “Dovremmo scrivere qualcosa sul disco nuovo di questa cantautrice: ha una voce fenomenale, secondo me ti piacerebbe”. Il disco nuovo si chiamava “Bring Me To The Workhorse”, la cantautrice invece preferiva non dichiarare le proprie generalità e celarsi dietro un moniker molto poetico e prezioso, My Brightest Diamond, appunto. E, per inciso, Anto’ aveva ragione su tutta la linea (per questo lui è il Capo e noi i tizi che scrivono) : lei aveva davvero una voce incredibile e le sue canzoni mi piacquero davvero molto, e lo scrissi anche. Fu amore a primo acchito, anzi al primo acuto. Si capiva, insomma, che questa sorta di allieva secchiona di PJ con un background di studi lirici e classici così importante da lasciare a bocca aperta perfino la maestra, ci avrebbe regalato parecchie soddisfazioni.
E così è stato: con il secondo album del “diamante”, “A Thousand Shark’s Teeth” (2008), più maturo e sperimentale, sebbene il concept dei pezzi risalisse addirittura a prima dell’esordio, di cui s’occupò un nostro nuovo acquisto, un giovane di belle speranze di nome Fabio Codias, e in tutte le sue più o meno fugaci apparizioni con Sufjan Stevens, coi Clogs, con i Decemberists, perfino con i Prefuse 73. Un eclettismo alacre illuminato dalla proteiforme magia della sua voce, dalla sua eleganza melodica, da una stravagante e conturbante presenza scenica. Nonostante tutte queste collaborazioni, però, avevamo una gran voglia di risentirla una terza volta tutta per noi, anzi tutta per sé. Tre anni dopo al punto di partenza, come direbbe Guccini. E Shara ci ha accontentato, ripresentandosi con un lavoro estremamente raffinato ed ambizioso, molto diverso dai due precedenti, sebbene legato, in fieri, ad un’evidente evoluzione stilistica. Con “All Things Will Unwind” la Worden ribadisce la sua propensione per il musical e l’uso narrativo del cantato, riservando un ruolo centrale all’accompagnamento dell’orchestra – la Ymusic Ensemble, un sestetto d’archi e di fiati, composto da giovanissimi musicisti classici – ed escludendo, in pratica sia la componente elettronica che il fulcro della strumentazione rock (basso e chitarra elettrica qui sono praticamente assenti e la batteria è ridotta al minimo indispensabile). C’è aria di musica colta, in “All Things Will Unwind”, qualcosa di Prokofiev, della Broadway del periodo classico, di Weill e del cabaret europeo da camera, ma senza alcuna ostentazione intellettuale, con un’agilità e una freschezza che, nelle intenzioni dell’autrice, dovrebbe rispecchiare quella di un’opera (art-pop) eseguita integralmente dal vivo, una specie di album-concerto.
E le canzoni sono all’altezza e funzionano a meraviglia: sia quando i toni si fanno epici e solenni come nelle romanze post moderne “Escape Routes”, la bellissima “She Does Not Brave The War”, quasi un’antieroina di Brecht catapultata in un musical americano a riflettere sui perché della lotta di classe e sulle disuguaglianze sociali di questa Nuova Depressione, che non cambiano mai, che pagano sempre gli stessi, o l’addio ad un grande amore nella scena madre in bianco e nero di un vecchio film di Hollywood pronunciata su uno straniante cigolio a dondolo in sottofondo (“I’Ve Never Loved Someone”), sia quando gioca sul contrasto fra il minimalismo dell’impianto ritmico (e del banjo e della chitarra acustica) e gli arabeschi vocali, le ampie volute di fiati e archi (“In The Beginning”, “Everything In The Line”), che quando si concede toni più leggeri, quasi comici, come nello sketch bandistico e scattante di “High Low Middle” o nei saliscendi marcianti e dissonanti di “Ding Dang”. E c’è posto anche per qualche lontana eco di vecchie fonti d’ispirazione come Sufjan Stevens nella vibrante e indignata “Be Brave” (forse la più alternative, in senso canonico, del lotto) e PJ Harvey nei guizzi vocali da operetta per bambini di “There’s A Rat”.
Un cammino sempre più ispirato ed affascinante, quello di Shara Worden, che speriamo di condividere per molti anni ancora. Incantatrice.
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My Brightest Diamond Bring Me the Workhorse
My Brightest Diamond A Thousand Shark's Teeth
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