R Recensione

7,5/10

The Apartments

No Song, No Spell, No Madrigal

Diciotto anni sono tanti: per il sottoscritto sono poco più di mezza vita. Per Peter Walsh sono un salto improvviso da quegli anni Novanta che videro nei suoi Apartments una piccola ma solida (e fascinosa) istituzione in ambito jangle/chamber pop. Con alle stampe almeno un capolavoro (il bellissimo “A Life Full of Farewells”, 1995), la band australiana si faceva riconoscere per una poetica agrodolce, fatta di una malinconia mai plumbea, semmai profumata da colorite fragranze (oltre che ad un senso melodico impeccabile) e contrassegnata dal caldo timbro nasale di Walsh.

Quattro album nel corso degli anni Novanta e poi, dal 1997 (anno di “Apart” e della diagnosi della malattia che porterà, due anni dopo, alla perdita del figlio di Walsh), più nulla. Serve tempo per lenire le ferite e per scacciare i fantasmi: “What got to me was the songwriter’s fear; firstly that the songs are omens, finally that the songs have come true. […] The fact that I wrote such a song, and that I wrote it before things came to an end – before we lost Riley – that stopped me, and I thought it put a stop to songs forever”, rivelava Walsh in un'intervista di qualche anno fa parlando della tristemente profetica “Everything's Given to Be Taken Away” (“now your ambulance rides / you're lost little girl / your ambulance rides / no one will ever take you home”).

The past is just a door / I don't go through”. Questa, forse, la soluzione per andare avanti. Il nuovo “No Song, No Spell, No Madrigal”, quindi, rappresenta un piccolo evento. Sebbene siano passati tanti anni la scrittura di Walsh sembra essere tutt'altro che arrugginita, rivelandosi salda e matura, forse più posata ed austera ma sempre dotata del fascino brillante ed ambiguo di un tempo. E così il brano omonimo ci toglie subito il fiato. Una ballad robustissima, incastonata nelle dense trame di piano e basso su cui si alternano voce e parti di chitarra, prima facendosi da contraltare, poi intrecciandosi in un crescendo d'enfasi. “No song / no spell / no madrigal / could bring you / back to me”, recita Walsh mentre il brano fluisce melancolico e, in qualche modo, estremamente energico.

Una grazia compositiva che ritroviamo in molti dei brani dell'album: si prenda “Looking for Another Town”, elegante ballata di pop da camera dai tratti sophisti, “Black Ribbons”, romantica caramella dolce-amara (già edita come singolo nel 2011) duettata con la francese Natasha Penot, la gelida “Twenty One”, o ancora l'impeccabile “The House That We Once Lived In”, che ci conferma la stazza autoriale di un Peter Walsh per niente arrugginito.

No Song, No Spell, No Madrigal” è un ottimo lavoro: suonato, scritto e arrangiato come solo i maestri sanno fare. In queste otto tracce c'è tutta la grandezza di una volta impreziosita da un'inevitabile maturità che qui, però, si rimette genuinamente in gioco rendendo la proposta ancora più solida e autorevole. Il tutto in punta di piedi, perché in fondo questo è un album che, anche quando alza i toni, suona come un sussurro.

Bentornato, Peter Walsh.

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salvatore alle 21:29 del 19 luglio 2015 ha scritto:

Incantevole