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6/10

The Strange Situation

Dentro

“L’esistenza di un sistema comportamentale di attaccamento nei primati e in particolare nella specie umana è oggi accettata da tutti gli studiosi, così come è accettata l’idea che esistano diversi stili, o pattern, di attaccamento. I metodi per valutare tali stili sono diversi. Tra di essi la “Strange situation”, ideata da Ainsworth è senz’altro la più nota. Essa viene utilizzata per valutare la qualità dell'attaccamento madre-bambino alla fine del primo anno di vita.” (dr. Luigi Mastronardi, da psiconline.it)

The Strange Situation nascono a Parma in tempi piuttosto recenti, e già la loro ragione sociale incuriosisce, rivelandosi profonda e ricca di sottotesti ben oltre l’apparenza. A voler leggere tra le righe, il progetto stesso si svela su disco molto più lentamente di quanto l’ascolto (molto facile, e non è detto sia un limite) lasci supporre.

La formazione, arricchitasi solo di recente di una sezione ritmica, vede Daniele Urbano alla voce, Enrico Cossu agli archi, Gioacchino Garofalo a effetti chitarra e basso, Stefano Amoroso e Stefano Cavirani alle chitarre. Niente batteria, dunque, per questo esordio, che fa della levità di arrangiamenti e atmosfere il suo calcolato punto di forza: Dentro è imponderabile ma non esattamente leggero, onirico senza mostrarsi fuggevole, in taluni frangenti stucchevole, ma mai nauseante. La formula, indiscutibilmente coraggiosa, poggia le sue basi su un chamber pop di matrice acustica, contrappuntato da sinuosi accompagnamenti e vere e proprie incursioni elettriche, oltre che dalle splendide aperture d’archi che restituiscono all’ascoltatore sublimi attimi di livida poesia.

Tutti i brani poggiano sul medesimo succitato stilema, con alcuni apici (i climax di Trattenendo il Respiro, la disperata rassegnazione di Scatole Vuote, i cambi di ritmo di Spleen, il bilico ricercato in Gli Angeli, gli squarci strumentali di Ogni Goccia di Me) e, però, più d’un passaggio a vuoto: l’eco vagamente Coldplay de Il Canto delle Streghe, le soluzioni zuccherose di Dreamer’s, quelle soporifere di Una Foto e Credimi.

Il vero limite di Dentro va ricercato proprio nei testi (a tal proposito riuscite e involontariamente autocritiche le parole iniziali di Spleen: “Dita di aria / Disegnano il niente / Una voce inutile / Spegne il silenzio / Stride la mente / Cercando di non soffrire / La voce è il silenzio”), la cui superficialità mascherata di ermetico lirismo cozza con la lieve ma profondissima poesia delle musiche. Avrebbe giovato, forse, mascherarle in lingua d’Albione: una furbata, d’accordo, ma delle volte l’estetica deve poter accettare compromessi. Anche il canto di Urbano non convince mai del tutto, si bea talvolta della propria (innegabile) bravura avventurandosi in acrobatici virtuosismi che appesantiscono una struttura altrimenti eterea e soave. Qualcosa a mezza via tra il Billy Corgan più dolce e la Carmen Consoli meno mascolina.

Esordio promettente, comunque, seppure riuscito a metà: l’ispirata metà musicale (oltre alle basi, anche arrangiamenti, produzione, effetti) merita senza tema di smentita un otto in pagella, la metà riguardante liriche e voce resta rimandata a settembre. Chissà che, con qualche opportuno aggiustamento, non sentiremo parlare di loro in futuro. Più probabile che, se ne sentiremo parlare, sarà proprio perché avranno deciso di non ascoltarci.

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