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R Recensione

8/10

Beach House

7

77 il totale dei brani della produzione dei Beach House, dal 2004 ad oggi; settimo il disco che hanno scritto; sette, in numerologia (sic), è il simbolo della perfezione e transizione dal noto (la chiusura di un ciclo) all’ignoto. Ogni cosa, secondo Victoria Legrand Alex Scally, portava a “7” quale scelta per il titolo del loro nuovo album di inediti – uscito a Maggio per Sub Pop/Bella Union, a distanza di tre anni dallo splendido dittico “Depression Cherry”/ "Thank Your Lucky Stars”. 

Sopra ogni cosa, “7” è un disco che dimostra come tempo e cambiamento (non solo musicale, ma anche sociale e culturale) non abbiano per nulla scalfito la solidità di una delle più grandi band della nostra epoca. Fedeli al classico beach house sound, ma sapienti nel rinnovarlo continuamente, la band di Baltimora ha ricercato fin da subito un approccio più istintivo e aperto rispetto al solito, anche per non violare la freschezza e l’intensità mistica delle idee in fase creativa (includendo anche suoni o trame non replicabili live, ad esempio la sirena finale di "Dark Spring", ed esclusi a priori nelle sessioni dei dischi precedenti per eccesso di rigorosità); tra scrittura e registrazione di ogni brano è intercorso, infatti, solo un breve lasso di tempo - in passato, le registrazioni avvenivano solo a scrittura compiuta di tutte le composizioni.

Il risultato è un suono più abrasivo e saturo di effetti psichedelici, possente in senso ritmico, con meno abbellimenti e più distorsioni acide delle tastiere; un lavoro, ad ogni modo, scintillante e pop, costantemente oscillante e compenetrante negli spazi shoegaze - la produzione, non a caso, è stata affidata a Peter Sonic Boom” Kember degli Spacemen 3

7” è un disco traboccante di rinnovata energia, già a partire dalla muscolare “Dark Spring” che, come un potente fascio di luce, illumina nell’oscurità il cammino del disco.

All’interno, ci sono i soliti passaggi di melodiosa estasi (la sognante magia dream pop, dal pesante passo au ralenti, di “Pay No Mind”), che felicemente evolvono in senso psichedelico (la chitarra sotto LSD e i sobbalzi di “Lemon Glow”,  le visioni epiche sotto acido in “Drunk in L.A.”) o retrocedono in vesti apparentemente più classiche (la prima metà di “Dive”, tutta tastiere e parti vocali eteree, che si trasforma però in una stupenda cavalcata ritmica e progressiva; la chitarra primaverile, fasciata di effetti, di “Lose Your Smile”; il cantato, la melodia principale e il contrappunto di “Woo”, ma irradiato di tastiere ed effetti spaziali); l’introspezione, quando c’è, è a tinte noir (la cinematografica e punteggiata “Black Car”; “Last Ride”), ma ciò che impressiona è l’imponenza di certi spazi creati dalle stratificazioni - “Girl of The Year”, la più vicina alle atmosfere di “Depression Cherry”.

È anche un disco schierato, “7”. Prende infatti spunto, come dichiarato dalla Legrand (enorme, sempre, e su cui sembra inutile spendere ulteriori parole d’elogio per l’estasi che producono le sue linee vocali e per l’interpretazione sensuale e statuaria), dalla condizione delle donne nella società di ieri e di oggi. A tal proposito, un approfondimento lo merita “L’Inconnue” (di parti vocali in francese e spirali di organi), o meglio la storia attorno all' Inconnue de la Seine, una giovane donna francese di fine diciannovesimo secolo morta per annegamento, in circostanze poco note, presumibilmente per suicido. Di lei divenne popolare, negli ambienti parigini di inizio novecento, la maschera mortuaria (un suo calco di gesso eseguito da un operatore dell’obitorio e poi riprodotto in vari esemplari, appunto in forma di maschera) apprezzata per l’ineguagliabile bellezza del viso e l’enigmaticità del sorriso - nonché paragonato da molti, anche da Camus, a quello della Gioconda. A partire questo volto, espressione di pace finalmente raggiunta nella morte, Victoria Legrand costituisce con la ragazza della Senna (e con le sette donne in marcia) un legame di solidarietà e risonanza atemporale ("Little Girl / You Should Be Loved / The Moment You Say You Loved/ Is The Moment You Are"). Più in generale, nei testi è profuso un sentimento di determinazione femminile (certamente sospinto dall'hype delle ben note cronache trainate dallo scandalo Weinstein), comunicato tanto su un piano spirituale quanto attraverso la semplice azione (“Dreams babydo come true”: da “Lose Your Smile”). 

E a fine disco una delle immagini che più (mi) rimane impressa, e che ben restituisce la gestalt e il senso di “7”, risiede in questi versi di “Lemon Glow”: “When you turn the lights down low / lemon color, honey glow”. 

Sacri. 

V Voti

Voto degli utenti: 8,4/10 in media su 4 voti.
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C Commenti

Ci sono 4 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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FrancescoB alle 17:39 del 8 gennaio ha scritto:

Forse il mio lavoro preferito dei Beach House, band che rispetto da sempre, ma che ho un po' "sofferto" senza mai amare del tutto. Qui, forse perché ci avviciniamo a territori a me più congeniali (My Bloody Valentine? Naturalmente con le importanti differenze del caso, diciamo una risciacquata di shoegaze), è stato invece amore a prima vista. Splendida la disamina di Mauro che mi sento di sottoscrivere il pieno.

zagor alle 14:02 del 9 gennaio ha scritto:

Mauro sempre perfetto, ma questi proprio non fanno per me, ogni volta che li ascolto mi sento affogare in un mare di riverberi e melassa...sorry.

hiperwlt, autore, alle 14:33 del 9 gennaio ha scritto:

Eh, allora credo ci sia poco da fare anche con "7", Zagor - sebbene qualche passaggio più shoegaze e psichedelico ("Lemon Glow" e "Dark Spring", ad esempio) forse potresti trovarlo interessante. Comunque grazie mille, anche a Fra

LucaJoker19_ (ha votato 9 questo disco) alle 19:19 del 19 gennaio ha scritto:

capolavoro . finalmente il disco definitivo che volevo dai beach house!