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R Recensione

6,5/10

Dog Bite

Velvet Changes

Phil Jones ha ben presente da dove partire. Ex-tastierista di Washed Out, le componenti chillwave continuano a permeare la sua proposta come Dog Bite. I synth sgranati, i vocals trattati tramite sfumature ed eco, un generale mood nostalgico fanno parte dell'armamentario con cui trattare la materia sonora. Tutto questo, però, è traghettato da Jones in una formula che scavalca il genere di partenza, abbandonando ogni fascinazione balearic, per aderire ad un ibrido dream pop fatto di trame shoegaze e di sgranature “dark” alla Blank Dogs (si senta a proposito Prettiest Pill, sorta di B-side proveniente da Under and Under). Insomma, un album figlio del suo tempo, interprete (non sempre brillante) dei principali generi imperanti nel sottobosco indie da qualche anno a questa parte.

Si parte con Forever, Until, guitar pop agrodolce dove vengono accatastati tutti gli elementi caratteristici di Velvet Changes. Il motivo di chitarra elettrica traccia il solco principale lungo cui si sviluppano le trame vocali, fuse con un substrato fatto di addensamenti sonori evanescenti. Patterns ritmici squadrati e riff chitarristici ripetitivi sono protagonisti della successiva Supersoaker, dream pop farcito da arrangiamenti shoegaze in salsa lo-fi, Le componenti elettroniche rimangono quasi sempre sullo sfondo, senza però vedere venir meno il loro ruolo, pienamente atmosferico e scenografico: così i synth di No Sharing, che avvolgono e impreziosiscono -aggiungendo profondità- una matrice di arpeggi scintillanti che puntellano il brano. Anche se non sempre fluidamente, i pezzi scorrono senza troppi intoppi, regalando diversi buoni episodi (Holyday Man, rivisitazione a metà tra Crystal Stilts e Girls Names, Native America, soffice pillola pop vicina alle atmosfere Merchandise, Paper Lungs, sbilenca e ferruginosa, forse il pezzo più stralunato e particolare del lotto).

Vuoi per la limitatezza delle componenti di base (la stessa formula, senza ripetizioni, lungo tutto l'album), vuoi per la comprensibile difficoltà ad emanciparsi dalle esperienze passate, l'esordio di Phil Jones suona come riuscito solo per metà. Le pur buone intuizioni finiscono per diluirsi in un eccesso di soluzione, sfumando in un'esecuzione prolissa e, alla lunga, pedante. Non rimane che aggiustare il tiro e concentrare in una più efficace sintesi gli elementi che fanno ben sperare circa il futuro del progetto Dog Bite.

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