R Recensione

8/10

Koushik

Out My Window

Sono convinto di una cosa: la mescolanza etnica ci salverà. Anche in sociologia si sostiene che le innovazioni radicali giungono da membri esterni alla comunità, in grado, proprio per la loro alterità, di mettere in discussione norme indiscusse, stratificate e condivise.

Così in arte: l’incontro tra differenti culture musicali non può che fare del bene, rinnovando ed arricchendo i canoni estetici e le abitudini mentali della musica occidentale. L’abbiamo visto negli anni ’60 con la psichedelia, intrisa di misticismo orientale, negli anni ’70 con la black music, poi con la world e i suoi vari intrecci con la new wave…Anche oggi non si riesce a fare a meno di questa commistione inter-genere, pensiamo ai recenti esempi di indie contaminato di afro-beat o musica etnica.

Quando si parla di Koushik bisogna innanzitutto tenere presente la sua origine indiana: è questa che sembra fornire quel particolare approccio visionario e dreamy che rende la sua musica tanto affascinante. Cresciuto in terra canadese, Koushik Ghosh è riuscito a fondere i generi più disparati donando alla cosa un’armonia sorprendente, frutto dell’appena citata tendenza a dare alle sue opere un deciso orientamento psych-pop e dream pop. Ma è (anche) quello che c’è in mezzo a stupire: ritmica sincopata in tutto e per tutto hip-hop, interventi di ottoni, arrangiamenti leggiadri e cadenze funky fanno del suo ultimo Out My Window un vero e proprio gioiellino.

Se poi teniamo presente che sono stati i Four Tet a scoprire e credere in questo progetto, allora abbiamo il giusto e completo quadro della situazione.

Dopo l’intro di Morning Comes, brano ambient in leggero crescendo, ecco che giunge la prima, bellissima, gemma dell’album: Be With sfoggia da subito un basso pulsante funky supportato dalle pennate ritmiche della chitarra acustica, il tutto immerso da un’onirica velatura elettronica su cui si infila la delicata voce espansa di Ghosh. Ed ecco che pian piano si inseriscono, in loop, arrangiamenti e fiati, sorretti dalla tipica ritmica hip-hop che andrà a caratterizzare tutto il lavoro.

Ma il meglio deve ancora arrivare…La successiva Lying In The Sun è come un abbaglio improvviso: una gioiosa melodia in stile pop-psichedelico anni ’60 viene letteralmente spintonata dai battiti in loop, immersa in un pienissimo calderone di suoni e suggestioni melodiche.

Ancora un pregiatissimo soul-funk con la meditativa Coolin, pezzo richiuso in se stesso, soffice e delicato, cui seguono Buttaflybeat e See You: la prima nient’altro che una base per un pezzo rap, la seconda invece una deliziosa sperimentazione elettronica.

Le sorprese però non sono ancora finite, perché l’entusiasmo torna ad accendersi con la sognante Nothing’s The Same, una ninna nanna tenuta a bada per mezzo di carillon, fischiettii e voce espansa, fino al sopraggiungere sul finale della solita ritmica sincopata.

Corner Of Your Smile accentua sempre di più i toni dream pop con i suoi arpeggi circolari  e i toni soffusi per l’ennesimo brano entusiasmante ed attraente; In A Green Space ci da infine l’ultima botta per quel che riguarda la commistione di elettronica e funky: le battute in levare abbondano, il basso fa meraviglie, il piano dipinge a veloci e brevi pennellate orpelli raffinati e Koushik continua imperterrito ad abbandonarsi ad ispirati ed angelici vocalizzi.

Prima di arrivare alla conclusione citiamo ancora la variopinta Bright And Shining, affidata al campionamento di un motivetto per ottoni e ad un movimentato scampanellio e la rarefatta title-track, un decisivo abbandono sensoriale dove ritmo e melodia vengono sospesi in rigonfie ed ariose strutture armoniche.

Un lavoro, questo, adatto per chiudere in bellezza questa annata, offrendoci un buon ripasso di alcuni generi passati, un sunto di quelli presenti e chissà, magari (io credo di si) anche ottimi spunti per il futuro.

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Peasyfloyd alle 14:21 del 6 gennaio 2009 ha scritto:

la mescolanza etnica ci salverà, è vero, ma credo in generale ogni forma di ibridismo. mi immagino che tra non molti anni si proverà a far quadrare il cerchio tra psichedelia orientale, noise caracas sudamericane. O tra tamburi kenyani, folk inglese e avant-metal.

Chissà cosa ci attende il futuro

Sul disco non mi pronuncio ancora pur avendolo per lo più apprezzato. Devo ancora decidermi bene sul giudizio finale però