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R Recensione

7/10

Minks

By The Hedge

Giusto iniziare l’anno con un disco così: umidiccio, da nebbioline invernali, dream pop intorpidito su cui ormai la Captured Tracks fa scuola. Chitarre jingle-jangle, voci fuori fuoco, frasi di basso da post-punk con l’ovatta, roba che viene da New York ma che sembra appartenere alle camerette pomeridiane di ogni provincia dove i giorni sono presto sere.

Sean Kilfoyle e Amalie Bruun, di originale, hanno poco. La strada che percorrono è arcinota: partenza dai Cure, passaggi per Cocteau Twins e The Wake, spanciate sull’indie pop ’80 più ‘vago e indefinito’ (Felt, Pastels, Field Mice, tra Sarah Records e suono Slumberland) e planata tra i poppettari da cameretta recenti (Wild Nothing, Seapony, Letting Up Despite Great Faults). A percorrere queste tritissime vie non è scontato scrivere belle canzoni come quelle che ci sono qua, per cui i Minks andranno schedati tra i derivativi buoni (in un ambito dove i cattivi sono tanti). Lo fanno subito capire la melodia deliziosa e le tastiere soverchianti di “Kusmi”, e lo confermano le chitarre smateriate di “Arboretum Dogs”, in chiusura.

In mezzo, tanto dream-pop a fedeltà medio-bassa, preferibilmente su tinte crepuscolari. “Life At Dusk”, appunto, recita un titolo: suoni che si sfibrano man mano che escono, batteria in piccola marcia, e riverberi di voci spettrali, stile Durutti Column. L’evocatività è massima, e tocca l’apice nel seppia spinto di “Our Ritual”, portata a braccetto in una giostra svenevole dalle tastiere: rondò new wave. Da carillon dell’anno nuovo (la si sente qua).

I due pezzi già usciti nel 2010 su 7 pollici, sempre per Captured Tracks, dimostrano come i Minks si siano col tempo fatti più eterei, e con risultati più efficaci: “Funeral Song” è tutta nel basso New Order (quello di "Ceremony"), e stona, mentre “Ophelia” (molto The Wake) fa dello spleen introverso-decadente un mestiere («wherever people go, the darkness always follows, there is no way to live a quiet life»). Non sempre la scrittura è a fuoco, soprattutto dove si cerca la variazione svirgolata (“Bruises”, “Out Of Tune”): i due di NYC danno il meglio quando si mettono le vesti più easy-pop (“Cemetary Rain”), cosa che a me suona come un pregio spettacolare.

Ecco, col giusto passo: non è un disco che cambia la vita, ma è uno di quelli che possono ricompensare per molto tempo chi ci si affeziona.

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 4 voti.
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sfos 7/10

C Commenti

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salvatore (ha votato 8 questo disco) alle 12:46 del 10 gennaio 2011 ha scritto:

Bella recensione: superinvogliato all'ascolto. Pollice su per i brani proposti sopra!!

target, autore, alle 15:58 del 10 gennaio 2011 ha scritto:

Il gioiellino del disco, per me, è "Our ritual", che adesso ho linkato nella recensione.

sfos (ha votato 7 questo disco) alle 15:33 del 11 gennaio 2011 ha scritto:

Concordo con la recensione, soprattutto sul fatto che aggiungano un tocco personale molto caratteristico ad un genere parecchio abusato.

ozzy(d) alle 15:36 del 11 gennaio 2011 ha scritto:

"ad un genere parecchio abusato". oh bravo sfos, finalmente qualcuno che lo dice: tutte ste proposte indie-dream-pop eteree, delicate, sfigatelle da "voelvamo essere i cocteau twins", quasi sempre indistinguibili una dall'altra, avrebbero anche un po' stufato e più che i sogni conciliano il sonno.

Lezabeth Scott alle 11:58 del 12 gennaio 2011 ha scritto:

Sarà...eppure "Ophelia" è paurosamente bella.

salvatore (ha votato 8 questo disco) alle 16:51 del 13 gennaio 2011 ha scritto:

Bello bello bello: cemetary rain, un gioiello; ma pure Indian ocean e out of ritual non scherzano.

Le canzoni più alla wake seconda maniera e field mice le mie preferite, dove ci sento pure una spruzzata Blueboy, specialmente nel brano strumentale già citato prima. Bella pure (ora non ricordo il titolo) quella che è 100% my bloody valentine...Il più bel cd di inizio anno!

fabfabfab alle 21:48 del 14 gennaio 2011 ha scritto:

"Ophelia" è un pezzo delizioso. Io ci sento tanto tanto Ariel Pink... Bella segnalazione Targh, e "disco umidiccio" è effettivamente una definizione calzante.

REBBY alle 16:39 del 14 marzo 2011 ha scritto:

Ophelia è nettamente il brano più bello e concordo con Fab(io) che ricorda Ariel Pink. In generale l'album mi sembra una versione glo-fi del Wild nothing dell'anno scorso, meno godibile per me. I Cocteau twins non ce li sento proprio (vabbè Ophelia come titolo mi fa venire in mente quelli di Treasure) e pure i Cure faccio fatica a sentirli affini (giusto l'acconciatura dei capelli). Il cantato è si etereo, ma molto anonimo e davvero poco dotato.