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R Recensione

7,5/10

Money

Suicide Songs

I Money come teatro drammatico personale, come un palco su cui sfoggiare velleità interpretative altisonanti, intrusive, anche ingombranti. Certo, la scenografia, fin dal buon “The Shadow of Heaven”, faceva la sua bella parte, ma sempre con la funzione di inchinarsi alle esigenze di un Jamie Lee bisognoso di potersi muovere in un ambiente rarefatto, liquido, impalpabile. Una bella prova per un complesso rock: rendere la propria musica trasparente eppure tesa alla declamazione, al crescendo patetico. Una sorta di liturgia romantica dove trovavano uguale spazio le prestazioni a cappella del frontman -parti isolate, lasciate ad echeggiare nel vuoto- e le sonorità moderne di certo art-pop d'ambiente.

Una scommessa aperta, dunque, che finalmente possiamo valutare alla luce del tardivo seguito “Suicide Songs”, un lavoro che se da un lato riesce nell'operazione di sublimare ancor più gli elementi dell'esordio portando così al limite la tendenza estatica e vaporosa sopra descritta, dall'altro lascia maggior spazio (ed è un bene) al songwriting. Quindi sì, una dirompente ma disincantata emozionalità (un tempo c'era il bisogno dichiarato di essere parte di qualcosa, di unirsi ad un sentire collettivo più o meno reale, oggi questa esigenza sembra esser venuta meno: “Standing in the doorway, laughing, Singing songs to myself” canta Lee in “I'm Not Here”, reclamando una gelosa intimità), tesa però a dar vita ad uno “spectacle of beauty” più strutturato, volto non ad atterrare l'ascoltatore (ci penserà agli ascoltatori Lee?), ma ad elevarlo, piuttosto.

Il trittico iniziale è pura meraviglia. “I Am the Lord”, immersa in un'atmosfera psichedelica che mastica ragga indiani alla maniera britpop dei Kula Shaker, tingendo il tutto con sbuffi vaporosi che sembrano presi dai Beatles di “Within You Without You”; “I'm Not Here” -quasi uno strascico del mood introduttivo- momento corale picchiettato da un piano attorno cui si sviluppa la linea melodica della chitarra elettrica, che accompagna un lirismo dolente ma ispiratissimo; “You Look Like A Sad Painting on Both Sides of the Sky”, infine, ballata folk acustica gonfiata progressivamente in un crescendo da camera. La band si rivela coesa e tutt'altro che subordinata alla presenza del frontman, e i brani si concatenano come vera e propria sequenza di un percorso, come un flusso.

Così i pezzi più impalpabili e free (“Night Came”), si integrano meglio nella scaletta, ritagliandosi un ruolo scenico dotato di maggior peso specifico, legando perfettamente con gli episodi più pop del lotto (“Hopeless World”, che sembra uscita da un disco dei Waterboys, “I'll Be the Night”, ulteriore esempio di fascinazione folk e accresciuta stazza autoriale, “All My Life”, dove si insinua addirittura una vena gospel, ricordando un poco i Blur di “Tender”).

Permane l'approccio teatrale così come l'egocentrismo di Jamie Lee (che continua a peccare di eccessivi sbrodolamenti, di tanto in tanto), ma si rafforza la visione d'insieme, si infittisce la densità della proposta artistica. E se “The Shadow of Heaven” era il volo, questo “Suicide Songs” è la caduta. Aspettiamo la fase dell'elaborazione del lutto (“Not ashamed of what I'm doing / But I'm ashamed of what I've done”, recita Lee in “All My Life”) e nel frattempo godiamoci lo spettacolo.

V Voti

Voto degli utenti: 6,8/10 in media su 3 voti.
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woodjack 7,5/10
giosue 7,5/10
motek 5,5/10

C Commenti

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woodjack (ha votato 7,5 questo disco) alle 12:24 del 2 aprile 2016 ha scritto:

"rendere la propria musica trasparente eppure tesa alla declamazione, al crescendo patetico" questa frase della bellissima recensione di Cas sintetizza secondo me appieno la natura del disco. Si avverte una pesante eredità di scuola canadese in un certo incedere solenne, corale, negli interventi orchestrali (mi vengono in testa i Silver Mt Zion, oltre ai sempiterni primi Arcade Fire), però tutto è imperniato decisamente verso l'espansione melodica, anche nell'elemento centrale più impro (Night Came), che sembra rimandare al solito enorme Tim Buckley. Condivido quindi i riferimenti al brit-pop (anzi al post-brit-pop, l'Albarn post-1997 si sente molto in più punti), io ci sento anche influenze trip-hop, proprio nell'interazione tra chitarre ed elementi orchestrali declinati in Oriente (nei brani iniziali) oltre che alla new-psichedelia dello stesso periodo (Lips, Rev e compagnia), dove gli impasti si fanno più corposi e propulsivi (nelle finali I'll be night e All my life). Recensione concisa ed elegante come sempre.

Cas, autore, alle 20:38 del 2 aprile 2016 ha scritto:

grazie, commento esaustivo molto apprezzato, sarebbe da integrare alla rece

i riferimenti che fai sono davvero appropriati (Buckley, verissimo, così come tutte le sonorità post-brit-pop e gli innesti trip-hop). sai che quasi quasi finisce che questo disco mi supera l'esordio?

woodjack (ha votato 7,5 questo disco) alle 11:44 del 4 aprile 2016 ha scritto:

a me piace sicuramente di più questo percorso verso la "trasparenza" che hai giustamente sottolineato. L'esordio era sì affascinante ma si rifugiava (ok programmaticamente, ma anche un po' furbamente) nel classico alone "dreamy" a base di nebbia e ovatta... anche i preziosismi timbrici e gli intarsi strumentali sembravano essere più casuali, le melodie più inconsistenti, la sostanza finale era, complessivamente, quella dei Coldplay post-Arcade Fire messi a bagno in acqua tiepida (Who's going to love per dirne una). Più che nuovo shoegaze a me sembrava e sembra essere più un'operazione tipo quella che una decina d'anni fa portavano avanti Panda Bear o Fleet Floxes con la musica anni '60, o se ti piace tutti gli amici ipnagogici con le sonorità eighties, solo che gli interessi oggi si sono spostati. Viceversa mi erano piaciuti i momenti più spogli e meno "preoccupati" di quel disco, tipo Cruelty of godliness, di bellezza quasi rinascimentale. Qua non è che si cambi registro, ma ho la sensazione che sia un lavoro meno furbetto e più consapevole, si sono arricchiti come artisti, hanno assorbito nuove influenze che risultano più centrate e assortite (e leggermente spostate all'indietro cronologicamente), e di conseguenza hanno avuto più strumenti per mettere a fuoco una nuova tendenza che sembra essere nell'aria da qualche anno ormai e che nel primo avevano solo intercettato: il revival in chiave "fliter" dei secondi anni '90 (e qui potremmo citare pure Jeff al posto di Tim, che sarebbe ancora più pertinente). Ecco adesso si stanno avvicinanto un po' ai Wild Beasts che citavi qui e là, che comunque sono secondo me su un altro pianeta ed hanno un ventaglio molto più ampio e una cifra più personale. In sintesi: 7 all'esordio e 7,5 a questo.