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R Recensione

7/10

Seasurfer

Dive in

Pochi secondi in cui il riff di una chitarra lontana e eterea scandisce indistintamente i primi momenti di tensione introduttiva, affogata negli effetti pregnanti di filtri e chorus. Istanti di calma apparente che vengono travolti dall’onda d’urto di una ritmica serrata e maledettamente cadenzata rispetto all’impalpabilità armonica della chitarra. La voce di Dorian E. si materializza prepotentemente nel frastuono ed è nasale e bastarda quanto basta per far saltare subito alla mente gli occhi bistrati e i capelli nero pece di Brian Molko. Continua a ripetere “Stay with me” e l’immagine che appare davanti agli occhi è quella di una persona fragile, in preda alla paura dell’abbandono ed alla disperata ricerca di certezze.

 Per capire i Seasurfer serve uno sforzo di immaginazione. Meglio ancora: serve saper far di conto. Anzitutto non sono di primo pelo. Basta vedere le foto di Dorian E., Dirk e Mikel per ammirare le rughe che solcano i loro volti e i capelli grigi a coronare le teste di alcuni di loro. In secondo luogo provengono da Amburgo e sono quindi ascritti in quel fervore musical culturale mitteleuropeo. Tutti e tre, infine, affondano le proprie radici in esperienze dissimili ma hanno un obiettivo comune: cercare la sintesi perfetta per ambire ad una formula artistica che infarcisca il dream pop col disincanto del punk.

Dive in si dispiega lungo le coordinate di una piccola innovazione. Da un lato c’è la cristallizzazione di un sound – lo shoegaze – nella sua forma primordiale, fatta di rimandi a Slowdive e My Bloody Valentine e quindi fortemente ancorata ai capisaldi e precursori di questa scuola (tornata prepotentemente in auge in questo 2014). Dall’atro, invece, affiora la pretesa di togliere il fitto strato di polvere della memoria storica puntando su armonie oniriche innalzate a colpi di synth. In mezzo si apre un ventaglio di soluzioni prevalentemente rock che fungono da minimo comune denominatore per indirizzare meglio l’ascolto. La miscela che ne deriva trova il suo punto di ebollizione in We Run, nel suo essere tanto mistica – soprattutto nel timing eccessivamente appoggiato della voce -  quanto aggressiva nel concepire dinamiche potenti ed esplosive. E nei connubi improbabili va annoverata anche l’impertinenza di  The Big Panthers War, nel suo saper far convivere umori nu gaze, dolcezze dream pop e algidi riverberi dancefloor.  E se i pur esigui colpi di rock viscerale paventano il rischio di una certa monotonia endemica, è nella title track (Dive in – Nacht Nukleus) che la band riesce a sconfessare il rischio della reiterazione, arretrando di un passo la propria proposta ed assestandosi all’interno di un personalissimo perimetro dream pop dai toni più dilatati e ipnotici, che a tratti sembra voler assurgere ad una glaciale forma chill out.

I Seasurfer osano ma non azzardano. Volgono pesantemente lo sguardo al passato attenti a mantenere il continuum tra presente e futuro, in un incastro che è necessario per fuggire da un eccessivo manierismo. Ed il risultato – Dive in – è funzionale al progetto messo in piedi. A volte ci si annoia, altre ci si sorprende, ci si commuove ed altre ancora ci si rispecchia nelle numerose sfaccettature emozionali espresse.  Il tutto riuscendo a mantenere l’asticella del valore ben salda in alto.

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Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 1 voto.
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alburno 7,5/10

C Commenti

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alburno (ha votato 7,5 questo disco) alle 20:24 del 5 agosto 2014 ha scritto:

Bello davvero!! Mi ha effettivamente sorpreso!! Ci sono diversi gioiellini dall'ascolto piacevolissimo ad iniziare dalla stupenda We Run, pezzo tra i più belli di questo 2014: mistica, enigmatica, struggente, dolcissima, un mix tra Slowdive, Cure e persino i primissimi U2. Seppur non ufficiale... credo..., vi consiglio di ascoltarla con questo video.... a voi il giudizio!!