Sigur Rós
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L’Islanda, terra misteriosa di paesaggi maestosi, glaciali, dai colori intensi nelle loro gamme pur così fredde. L’oceano, le montagne, i geyser, la natura incontaminata. La musica dei folletti nordici conosciuti come Sigur Rós ci cattura con garbo, solleticandoci l’anima, trasportandoci in quei luoghi meravigliosi intrisi di spiritualità. La natura non è più nemica, ma si ciba di questa musica e la fa sua, prima che gli umani si apprestino a disegnare suoni sopra i paesaggi. La natura vuole questa musica e…
Allora, se pensavate potessimo continuare su questa linea, avete sbagliato. Monti, nuvole, folletti, ghiacciai…certo non neghiamo che queste suggestioni possano essere presenti nei Sigur Rós, però vorremmo per qualche attimo lasciarci alle spalle la solita storia del mito dell’Islanda e andare oltre la descrizione di funzione meramente “documentaristica” che è stata attribuita a queste composizioni.
Una cosa però la prendiamo più seriamente in considerazione e la teniamo da parte: la spiritualità. A questo punto ricominciamo daccapo.
Von e Ágætis Byrjun hanno svelato al mondo l’incanto delle musiche sigurrossiane, tanto dolci e malinconiche, intimistiche, quanto in alcuni casi solenni, regali, comunque “divine” e insieme terribilmente “umane”. Non sappiamo se i Sigur Rós siano più o meno consapevoli del “messaggio” o “contenuto” della loro stessa arte. Non ci sono molti punti di riferimento, anzi in questo ( ) non ce ne sono proprio, dato che il booklet non offre praticamentet nessuna informazione sulle tracce e non ci sono titoli. Jón þór Birgisson (più semplicemente Jónsi) canta interamente in hopelandic, una lingua composta da fonemi e parole (spesso monotonamente reiterati) senza un senso preciso e reale. C’è solo la musica, che affiora lentamente tanto quanto intensamente, attraverso il semplice potere delle emozioni più che attraverso l’impatto sonoro in senso stretto. Tu puoi dare ai brani i nomi che vuoi e inventare i testi. Tu sei il demiurgo dell’universo di ( ) . La musica ti accoglie, ti fa sedere vicino a lei, ti abbraccia, dorme accanto a te, oppure veglia su di te finché non cadi nel so(g)nno.
Dicevamo…non sappiamo se i Sigur Rós siano davvero ciò che suonano, se il loro intento, le “immagini” che si sono creati nella mente durante la costruzione di quest’opera meravigliosa siano davvero queste. Allora noi prendiamo a sognare, però come in una favola adulta, non infantile, vera, vissuta, quasi dolorosa, e immaginiamo che ( ) sia, oltre che un’opera artistica, un vero e proprio atto d’amore. Amore universale, della Madre Terra nei confronti delle sue creature, se volete…o semplicemente un sentimento (di qualsiasi tipo) tra persone, anime che si incontrano al crepuscolo, scintille che si incrociano e divengono fiamme e poi fumo e poi nuvole, cielo, buio...un solo cuore.
A parte queste nostre “intuizioni” che vogliono scavare a tutti costi in ( ) per cercarne il vero possibile significato, parlando delle orecchie e della sensibilità altrui, notiamo che i Sigur Rós spesso sono frettolosamente identificati come enigmatici suonatori che tendono ad un “sentimentalismo sonoro” melenso o peggio ancora monotono. Le suite di ( ) non sono certo adatte ad un ascolto distratto e fugace, fanno parte di quelle esperienze auditive accorte, intense…totalizzanti. Ad un ascolto attento, o se volete semplicemente con una mente predisposta alla resa di fronte a queste “facili” emozioni, si scopre un mondo che si farà fatica a lasciare, per quanto è meraviglioso e profondo e quindi in un certo senso complesso. ( ) è quindi un disco “complesso” e semplice al contempo. Infatti le composizioni appaiono per certi versi ingenue, accessibili, così scorrevoli che riesci a seguirne il lineare andamento senza particolari difficoltà, mentre tutt’intorno si levano i lamenti di Jónsi in un oceano di nuvole, suoni celestiali e minacciosi di chitarre accarezzate così come dilaniate dall’archetto, di tasti di ghiaccio che risuonano nell’acqua e xilofoni che rievocano carillon impolverati riscoperti da una nuova luce.
Untitled 1 si impernia su una struggente e ripetitiva frase di piano che potrebbe continuare davvero all’infinito. Jónsi canta con un candore, una dolcezza che quasi fa male, mentre gli archi con discrezione illuminano sempre di più l’ideale stanza fredda da lui abitata. La seconda traccia, forse la più impalpabile e astratta del disco, si aggira in una selva di tenui gemiti campionati a cui fanno seguito gli altri strumenti che incedono con lentezza e calma straziante. Invece con Untitled 3 si cade in emozioni “reali”, concrete, in grado di cibarsi del vostro cuore ancora pulsante, restituendovi però sei minuti e mezzo di pace, di “felicità”, quella che non esiste, quella che dura un solo attimo e invece di farvi sorridere, si schianta sul fondo dei ricordi e non può che sgorgare di nuovo fuori dai vostri occhi in altre forme. Sguardi, lacrime, immagini potentissime ma inafferrabili. Tutto. Un arpeggio di piano insistente, accordi che risuonano, nell’intenzione, come campane, corde liquide che allagano l'anima: incanto e perdizione. Finalmente…passione… I Low hanno visto in faccia la speranza, gli Slowdive sono fermi a guardare il cielo, staccati gli occhi dalle punte delle scarpe. Passione, ancora passione. Non più neve e freddo. Lo spettro della radioheaddiana Pyramid Song è ora un angelo che si perde in un orizzonte bianco.
Untitled 4 è una tenerissima, melodiosa marcia che cresce piano finché un tema vagamente chiesastico di tastiera introduce la seconda parte della composizione con le melodie più nitide e le percussioni leggermente più potenti.
36 secondi di silenzio, e scende la notte dei Sigur Rós. La lentissima, quasi esasperante Untitled 5 si trascina con indolenza suprema adagiandosi su svogliati accordi d’organo fino ad uno dei climax più clamorosi dell’album: mentre l’organo è in delirio e le percussioni si eccitano, la chitarra stride e lancia un paio di saette inaspettate prima che tutto torni alla calma originaria. Untitled 6 è l'ultimo momento di vera pace del disco: si parte da rasserenanti paesaggi eterei volutamente non messi a fuoco e poi si scivola senza accorgersene su docili motivi melodiosi che non possono appartenere a questo mondo, leggermente sporcati da distorsioni accennate.
La suite numero 7 invece non esploderà solo alla fine ma già prima in diversi momenti, ed ha comunque in generale una struttura più complessa delle altre tracce (ricordiamo che non ci mai sono strofe o ritornelli, ma i brani fioriscono pian piano fino a raggiungere una “maturazione” che invero non è mai del tutto completa). Jónsi dilata la sua voce vagamente yorkesca fino a raggiungere un timbro indefinibile (non più effeminato, ma letteralmente “angelico”), travolto da una batteria pachidermica e da impennate strumentali quasi ingestibili. Gli arpeggi “amichevoli” dell’ottavo brano ci fanno credere che ( ) finirà con questa atmosfera calda e intima, invece la quiete verrà interrotta da una cavalcata infernale che mano a mano prenderà forma, grazie ad una raggelante progressione ritmica che attraverserà una foresta di droni infuocati e distorsioni. Gli islandesi qui sembrano voler domare il caos organizzato dei Godspeed You Black Emperor.
“penso che la nostra musica sia veramente semplice, anche un po’ ingenua. Ci piace guardare verso le aree più diverse, esplorare le cose, proprio come fanno i bambini”.
( ) vuole attirarci dentro di sé inducendoci ad affrontarlo così come è stato composto, come se fossimo bambini, come se ci rammentassimo della purezza che è nella musica e in noi. Ma più che tornare bambini, ci rendiamo conto che stiamo tornando semplicemente ad essere liberi, salvati dalle nostre lacrime. Che qualcuno stia piangendo lacrime d’oro lassù non ci importa, perché siamo vivi, qui, adesso e se piangiamo ora vuol dire che sì, siamo liberi.
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