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R Recensione

7,5/10

The Antlers

Hospice

Dietro ogni disco c’è una storia. Questa è la storia di “Hospice”: Peter Silberman, a poco più di 20 anni, si trasferisce a New York, sta male, si chiude in una casa di Manhattan per un anno e mezzo, e, isolato dal resto del mondo, scrive musica. Quando riemerge, nella primavera del 2007, pubblica un disco di vecchie cose sotto il nome The Antlers (“In The Attic of The Universe”, 2007), tra chamber pop e post-rock, pur continuando a pensare a un progetto più ambizioso. Questo. Un concept-album che spiegasse agli altri la sua crisi e gli ricordasse di non cedere ad altre.

Nato nella solitudine e poi sviluppato grazie all’apporto di alcuni amici strumentisti, “Hospice”, e lo si intuisce dalla copertina, scaturisce da un’esperienza sofferta e dal desiderio di uscirne. È un album terapeutico che si immerge nel dolore per riaffiorare redento. Ed è un disco affascinante, soffocato in un’innegabile claustrofilia – sostenuta in particolare da insistenti immagini ospedaliere e da una resa fonica spesso introflessa – ma capace di librarsi musicalmente in aperture notevoli, tra shoegaze e dream pop, sicché riferimenti come Sigur Rós e Godspeed You! Black Emperor non stonano affatto, malgrado un tessuto di base sostanzialmente pop.

Indispensabile il sostegno dei testi per attraversare un lavoro che sullo spessore concettuale basa dichiaratamente non poco del suo fascino – tanto che Silberman ha tirato personalmente in ballo modelli ‘colti’ come Neutral Milk Hotel e Okkervil River, altrimenti difficili da cogliere a livello musicale. Lo sfogo di tromba che conclude “Sylvia”, in realtà, ha qualcosa di entrambe le band americane, ma in un impasto lontanissimo dal loro folk rock, impregnato, semmai, di una patina decadente-britannica à la Suede, cui rimanda anche la voce effeminata e acuta di Silberman. Ed è un pezzo isterico e sbattuto assieme, scomodo, con un ritornello enfatico che riesce persino a inglobare versi come «you can throw the thermometer right back at me, if that's what you want to do», a esasperare un clima da nosocomio ininterrotto e malsano davvero.

Tutte le canzoni si dibattono nella dicotomia tra melodie vocali assai dirette, al limite dell’ipnotico, e sonorità sporche, chitarre intubate, una batteria lontana sullo sfondo, effetti disturbanti che sembrano riprodurre il ronzio elettrico dei macchinari ospedalieri, in uno scarto che potrebbe simboleggiare l’altalena di salute e malattia. C’è qualcosa del mielismo Aereogramme spalmato sulla maniera tra post-rock e new wave degli I Love You But I’ve Chosen Darkness: così in “Atrophy”, che nei suoi 7’44 ha momenti di noise puro, o in “Wake” (8’48), inizio thriller stile Portishead e sviluppo liberatorio che deve rappresentare l’uscita dall’isolamento. Il finale esplosivo, che parte dal piano per irrompere in uno sfogo di organo, batteria e tromba, è tra i momenti migliori.

Altri pezzi, contenuti su minutaggi convenzionali, rispettano una forma-canzone più canonica: così “Bear” e “Two”, i due singoli, ed “Epilogue”, che riprende la melodia della prima in chiave più folk. Qui si viaggia su un indie rock meno ambizioso, tra i primi The Autumns e i primi Death Cab For Cutie. La vicenda narrata si sviluppa in modo volutamente ambiguo: Silberman assiste una ragazza malata (già morta?) che lo ossessiona in sogno e di cui si sente responsabile, in un affastellarsi di presenze spettrali e visioni cliniche che resta polisemica e perciò affascinante. La dolce elegia di “Kettering (Or, Bed Side Manner)”, ad esempio, sul difficile rapporto tra il malato e chi lo assiste al capezzale, ha momenti duri e muscolosi, così come “Two”, il cui finale cadaverico-fantasmatico è un’effige potentissima dell’atroce stordimento della malattia.

Disco non facile, non sempre a fuoco, ostico nei temi, eppure pop nella sostanza, il che lo espone a mille contraddizioni, da cui, a conti fatti, esce vivo e pulsante. È su questi dischi, visibilmente sofferti anche se non compiuti e maturi, che giova, dopo tutto, fermarsi.

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Voto degli utenti: 7,6/10 in media su 18 voti.

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REBBY (ha votato 7 questo disco) alle 0:05 del 2 maggio 2009 ha scritto:

Questo album contiene 2 brani che sembrano stupendi alle mie orecchie: Kettering e Sylvia.

Sul giudizio globale sono in sintonia con Francesco.

Peasyfloyd (ha votato 8 questo disco) alle 15:32 del 24 luglio 2009 ha scritto:

ma che bello sto dischetto! Una delle migliori cose folk-pop che ho ascoltato quest'anno.

viveur (ha votato 8 questo disco) alle 21:52 del 19 agosto 2009 ha scritto:

interessante!

Orchidea (ha votato 8 questo disco) alle 11:45 del 24 settembre 2009 ha scritto:

Concordo con Rebby. Sylvia ha qualcosa di estremamente coinvolgente. Sarà il carattere epico del ritornello che nasce dalla dolcezza contrapposta delle strofe.

target, autore, alle 11:59 del 24 settembre 2009 ha scritto:

Ah, ne approfitto del commento di Orchidea per una postilla aggiuntiva (la recensione risale a marzo): il disco, che qui compare come 'autoprodotto', è stato pubblicato in agosto dalla French Kiss.

Utente non più registrato alle 13:32 del 3 dicembre 2009 ha scritto:

Miiii, mi sono rotta di leggere la storia di questo sfigatone proto-suicida, asociale, mefistofelico essere! Però il disco è bello . Quasi per beneficenza bisogna ascoltarlo n'altro po'. Magari se non aveva tutto sto sfigatume alla spalle nessuno se lo cagava, ma vabbè è andata così, il prossimo disco confermerà/smentirà l'hype. Intanto me lo godo.

Wrinzo (ha votato 8 questo disco) alle 13:58 del 28 febbraio 2011 ha scritto:

Molto carino. Un bel lavoro.