The Helio Sequence
Keep Your Eyes Ahead
La carriera degli Helio Sequence, duo di Portland, Oregon, formato dal chitarrista e cantante Brandon Summers e dal batterista e tastierista Benjamin Weikel (che può vantare un passato nei Modest Mouse), è simile a quella di molte altre band indie-pop del nuovo millennio: da quel primo Com Plex del 2000, i nostri due musicisti si sono impegnati in un pop baldanzoso dominato sospeso tra orpelli elettronici di stampo anni ’80 e venture dream pop e shoegaze, giunto al suo zenit un anno dopo con Young Effectuals, per poi orientarsi via via ad un uso maggiore di chitarra elettrica, processo culminato in Love And Distance del 2004, decisamente più rock dei lavori precedenti.
Purtroppo però, la carriera canora di Summers subì un brusco arresto nel 2005, quando un medico lo informò che sarebbe stato meglio non cantare per un po’, visti i seri problemi alle corde vocali riscontrati.
E così Summers per non perdere la voce si prese una bella pausa durante la quale, a quanto pare, fu illuminato dalla riscoperta di uno storico folk singer di quarant’anni fa: proprio lui, Bob Dylan! E così oggi, nel 2008, gli Helio Sequence tornano alla ribalta con un nuovo lavoro di impronta, a quanto dicono loro, dylaniana, rinunciando a quella estensione vocale (comunque non eccezionale a mio parere) che aveva caratterizzato gli album precedenti, per uno stile canoro più sobrio e uniforme.
Ora, sapute tutte queste cose è onestamente difficile prendere la cosa sul serio, ma nonostante il malizioso scetticismo sono stato costretto a ricredermi. Perché, intendiamoci, non abbiamo di fronte un capolavoro, cosa che sicuramente nessuno si aspettava, ma più semplicemente un buon lavoro maturo, genuino e capace di distaccarsi con saggezza dal passato elettro-pop dei suoi predecessori.
Il distacco è subito evidente con Lately, pezzo pop-rock raffinato e vigoroso dalle reminescenze in stile U2, costruito su arpeggi melodici tra i quali si inserisce una febbricitante batteria capace di dare una notevole carica al pezzo. La stessa convergenza verso brani più solidi e maturi si ha col new rock di Can’t Say No, con l’intelligente e ricco sentore synth-pop di The Captive Mind e con la solenne rievocazione post-punk colma di malinconia della title track. Ogni elemento in questi brani trova un ruolo preciso e quanto mai adatto per definire un pop-rock piacevolmente al passo con i tempi, dove l’elettronica passa da protagonista a elegante e timido sostegno.
Non abbiamo finito però, avevamo parlato di Bob Dylan…Si trattava di uno scherzo?
Assolutamente no, abbiamo ancora da ascoltare tre tracce che fungono da vere e proprie chicche inaspettate all’interno di questo album, riportandoci dritti dritti ai tempi che furono con una fedeltà che viene dal cuore, ricca di poetico fascino. La prima di queste a spezzare radicalmente il clima indie-pop è la ballata folk di Shed Your Love: delicati arrangiamenti a sostenere elegantissimi arpeggi trasognanti su cui scorre la voce alla Donovan di Summers. E siamo già incantati, e grazie al cielo abbiamo ancora da assaporare la penultima Broken Afternoon, molto più dylaniana questa volta, grazie ad una voce molto somigliante e ad una maggiore spigolosità della melodia.
Chiudiamo infine con la masmara country-folk di No Regrets, dove inaspettatamente spicca anche un’armonica a bocca (elemento usato abbondantemente in Love And Distance).
Il disco è finito e, nonostante non sia stato originale né innovativo né abbia mostrato una così chiara compatteza, ci è piaciuto nella sua semplicità.
E speriamo che nel prossimo ci siano tante cose simili a Shed Your Love…se le corde vocali lo permetteranno!
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