R Recensione

9/10

To Kill a Petty Bourgeoisie

The Patron

L’ignoto, con la sua ottenebrante sagoma, ha sempre portato dietro di sé un’irresistibile attrazione, a tratti morbosa, da parte del genere umano.

Molti ( Jim Morrison in primis) hanno cercato di raggiungerequesto conturbante e fascinoso ignoto, divenendo insieme ad esso oggetti di culto e ispirazione.

Altri invece si sono accontentati ed ancora si accontentano chi di provare a descriverlo, chi di sentirselo “raccontare”, evitando i rischi connessi ad una ricerca diretta.

Questo The Patron dei To Kill A Petty Bourgeoisie, gruppo dal nome quanto mai programmatico, sembra proprio voler fornire un immagine dell’ignoto, del misterioso; si tratta però di un’immagine aggressiva, maledetta e fatale, un’immagine pericolosa a cui abbandonarsi, capace di immergerci in una dimensione instabile e turbinosa, nera e minacciosa, colma di domande e priva di risposte.

Insomma ecco che il fascino diabolico di questa dimensione sconosciuta torna a spingere la mente oltre i suoi limiti terreni, portandola all’ambizione di superare, o anche solo raggiungere, quelle che un tempo erano state chiamate porte della percezione.

E così questo The Patron, con le sue dieci gemme oscure, si spinge all’esplorazione di questa eterna terra di nessuno, tra rumorismi shoegaze, sferzate elettroniche ed un pacato abbandono sensoriale reso così imperante da dilatate atmosfere ora ambient, ora dream pop; il tutto poi condito da un approccio mistico al limite del fatalismo, capace di dare incredibile spessore e notevole attrattività a questa splendida opera.

Inoltre la volontà del gruppo pare anche voler essere l’ennesimo superamento dell’odierna (immutata) concezione “borghese” del melodismo e della musica in genere, piacevole, innocua e spensierata.

Non troveremo niente di tutto questo in questa mortifera nebulosa sonora.

The Patron si apre con lancinanti rumori elettrici, che una volta dipanati lasceranno spazio ad una lenta e grave base melodica solcata dalla voce angelica ed eterea della cantante. Il tutto però viene martoriato programmaticamente da scariche elettriche, da rumorismi di fondo, venendo poi affrontato impavidamente da un carillon dolce ed innocente che sembra fare il verso, sprezzante, alla montagna di instabilità che lo minaccia costantemente.

Il risultato è un fascino malato, alimentato di volta in volta dalla filastrocca da rito misterico della voce di Jenha Wilheim.

Ancora suoni malleabili e dolci per l’inizio della successiva  The Man With the Shovel, is the Man I'm Going to Marry, mollemente adagiati su un tappeto sommesso di turbolenze rumoristiche, che ribollono pian piano, per non arrivare mai al pieno sfogo, neanche quando la voce, con le sue litanie sensuali, ha finalmente completato la sua celebrazione simbolista ed esoterica.

Sono veri e propri fantasmi quelli che si sviluppano in sottofondo, vere e proprie presenze minacciose quelle che svolazzano qua e la per tutto il brano.

Il folk metafisico di Lovers & Liars ci incanta e ci ipnotizza, con quell’incedere placido e attraente, e ci trafiggono quelle fredde scariche di feedback metallici ed elettronici che puntualmente lacerano le pacate atmosfere che timide tentano di avvolgerci in una morsa gelida mente e corpo.

Intanto sono passati venti minuti, e siamo già del tutto inerti e annichiliti di fronte a questi colossi impalbalbili che sono le canzoni dei To Kill A Petty Bourgeoisie.

Long Arms, lunga composizione elettronica, è il dream pop dei Sigur Ros privato di ogni tensione al paradisiaco e di ogni carica emotiva. Un mantra ipnotico e desolato si distende incosciente per poi trovarsi ad affrontare un tragico, folle risveglio, fatto di ansia che esplode, di tensione che tutto di un colpo cede il passo alla nevrosi e allo sfogo rabbioso. Per poi tornare nell’oblio.

L’intermezzo confuso di Dedicated Secretary, Liaison, Passionate Mother contribuisce a stordirci e, nel caso non l’avessimo ancora fatto, ad asservirci senza resistenze all’album.

I Box Twenty ci riporta in quello stato d’incoscienza voluttuosa e terribilmente affascinante, ai cui turbini sonori che ci spingono sempre più in giù, si aggiunge la voce spirituale e diffusa di Jenha, che trasforma la caduta in un lento scivolare.

You Guys Talk, We'll Spill Our Guts prosegue rarefacendo sempre di più le atmosfere già incredibilmente vacue e informi; questa volta però ci aspetta un vero e proprio tonfo, acuito da una violenta scarica di rumore puro che sconvolge le appena percettibili fondamenta del luogo in cui ci troviamo. Il resto è stordimento, non voluto ma comunque inebriante e accogliente, frutto di un ormai obbligato desiderio di annientamento della coscienza.

With Brass Songs They'll Descend la fa finita con le pose sognanti e morbide finora ascoltate per dedicarsi ad un pezzo violento e spiazzante dall’inizio alla fine. La confusione raggiunge il limite, creando la sensazione vortiginosa di un giramento di testa ubriaco.

Very Lovely è l’ennesima geniale conferma della potenza evocatrice della struttura delle canzoni di The Patron: alla voce diffusa e echeggiante si accompagna una chitarra il cui unico scopo è quello di creare suoni avvolgenti, non melodie, e a tutto questo si aggiunge una lenta ma incessante sovrapposizione di effetti elettronici, ordinati da uno pseudo ritmo minimale.

Window Shopping conclude nel gelo più totale, in un immobilità disarmante, questo grandioso album.

Un disco invernale, senza dubbio, ma anche infernale, che con le sue spire ghiacciate ci attanaglia alla sua maledetta bellezza, e ci fa percepire un’altra volta il pericoloso fascino dell’ignoto, lasciandoci in bilico nel dubbio se proseguire nella ricerca oppure tornare prudentemente con i piedi per terra.

V Voti

Voto degli utenti: 7,4/10 in media su 8 voti.

C Commenti

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Marco_Biasio (ha votato 8 questo disco) alle 14:19 del 3 dicembre 2007 ha scritto:

A suo tempo lessi la recensione di Ondarock

e ne rimasi affascinato. Poi ho ascoltato il disco: bello, per carità, ma non vedo tutta la genialità e tutta la bellezza descritta. Nulla contro di te e contro la tua recemsione, bellissima e particolareggiata, solo... penso che nel 2007 ci sia stato di meglio

Cas, autore, alle 9:05 del 4 dicembre 2007 ha scritto:

anche io lessi la rece di ondarock

e lo trovo uno tra i migliori dell'anno, mi è proprio piaciuto! comunque, per quanto riguarda i voti faccio una precisazione: il mio metro di paragone per le new release sono gli album dello stesso anno. questo è un nove solo se paragonato con gli altri del 2007. altrimenti sarebbe un otto, decisamente meritato a mio avviso

lovemetwee (ha votato 7 questo disco) alle 11:20 del 29 aprile 2009 ha scritto:

...

a me fa tanto Jessica Bailiff prima maniera. niente male. e...stasera me li vedo dal vivo! ^.^