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R Recensione

6,5/10

Vague

In the Meantime

Primo: vague sta per “onda” in francese, non per “vago” in inglese. Secondo: i Vague arrivano dalla scena indie austriaca, realtà ignorata dai più ma, a quanto pare, piuttosto florida (so che i Bilderbuch li ricordate, che mi dite invece di Soap&Skin?) e pronta a rivendicare un maggiore ruolo nel contesto europeo (certo, ci fossero un po' più di risorse spese per supportare la musica alternativa…).

Con l’esordio “In the Meantime”, il quintetto viennese dimostra di aver ben assorbito la lezione di band come DIIV, Tame Impala e Beach Fossils (ma rintracciamo anche i Black Angels nella minacciosa “Untitled”), per un dream-pop riverberato e jangly, forgiando un frasario non originalissimo ma sciolto e personale, con un nota di riguardo alle trame disegnate dalle tre chitarre in organico, capaci di dar vita ad un sound denso e cangiante. Si prendano le buonissime “Vacation” e “Sweet Stranger”, caramelline dolciastre dominate dai ghirigori delle corde, o le atmosfere trasognate di “Park” e “Looking Queer”, soffici nenie a metà tra shoegaze e neo-psichedelia, o ancora i rimandi post-punk di “Death of Ivan”, uno dei brani più interessanti del lotto.

Un bell’impasto di influenze mescolate secondo uno spiccato gusto per l’ibridazione: la prima prova -anche se non è del tutto corretto parlare di “prima”, visti gli Ep precedenti- dei Vague convince proprio per il buon gusto e per l’equilibrio nell’assemblaggio delle componenti. Il passo verso un sound originale non è però scontato. Vedremo come muterà il suono della band allo sperato secondo album, nel frattempo (come da titolo), buona la prima.

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