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R Recensione

7/10

Deerhunter

Halcyon Digest

Nella carriera dei Deerhunter, Microcastle pare essere una sorta di meteora. Il precedente Cryptograms si era limitato ad accennare, dilungandosi e procedendo a tentoni, quello che sarebbe stato il loro sound definitivo, tra rivisitazioni shoegaze, nervosismi wave e inquiete spianate ambient. Ancora nessuno si aspettava che dall'entourage Deerhunter sarebbero venute fuori creature come Lotus Plaza o Atlas Sound. Difficile, a maggior ragione, aspettarsi qualcosa come Microcastle/Weird Era Continued, il doppio che concentrò in una miscela esplosiva tutto l'immaginario di Bradford Cox e dei suoi compagni. Con il loro terzo lavoro in studio i cinque di Atlanta partorivano una sorta di straniante e splendido artefatto indie capace di travalicare il suo status minoritario per straripare di espressività e hype, innalzandosi a capolavoro pop tout-court; un'opera che ha saputo dar vita ad una forma straordinariamente rinfrescante di pop futurista, scintillante e schietto ma anche capace di ritrarsi in spire involutive ad accesso riservato. Complesso e appagante, degno di essere annoverato tra i migliori lavori della prima decade del nuovo millennio.

Passando dal nulla ad un “microcastello” (in aria?), ecco che i Deerhunter hanno preso comodamente posto tra i protagonisti del pop moderno. Superfluo notare, alla luce di cotanto splendore (passato), come Halcyon Digest trovi quindi un terreno non solo fertile, ma già prontamente arato.

Eppure la nuova fatica della band di Atlanta rischia di essere un po' come l'immagine di copertina: un nano che prega rivolto verso il cielo. Icona di dubbio gusto, certo, ma anche carica di metafore adattabili ad una band per un attimo immensa, poi di nuovo piccola così, ma con la fede e la speranza di tornare agli antichi fasti. E di preghiera non è così sbagliato parlare, visto che diversi pezzi paiono vere e proprie odi alle varie Agoraphobia, Never Stops e Nothing Ever Happened, “colpevoli” del loro innalzamento passato e delle conseguenti aspettative del pubblico (galeotto fu il libro e chi lo scrisse...).

Attenzione però: nonostante tutti i limiti di un'opera che trae linfa e respiro dal precedente colosso, questo nuovo lavoro  presenta diversi elementi d'interesse, da non sottovalutare. Earthquake è forse il loro brano più sofisticato, almeno a livello di arrangiamento, produzione, controllo di dinamiche e "crescendo". Il loop ritmico che lo guida sembra punteggiato da zone cave e intercapedini, come una ramificazione di musique concrete e sospiri vocali intrecciati. Ai due lati dello spettro uditivo, il placido germogliare di chitarre acustiche e la voce filtrata di Cox, indisturbata fino a quando uno scroscio di riverberi e delay fittissimi, quasi puntillistici, interviene e avvolge la triste/epica cantilena.

Prassi simile quella di Helicopter, imperniata questa volta sulla forma canzone, che sfoggia un ricamo acustico preso su un registro acutissimo e aggiunge alla ricetta qualche vagito di tastiera giocattolo; in questo caso, il ritornello spalma su nastro un lieve manto shoegaze, tale da non incrinare l'equilibrio della materia. Il suono è curatissimo in entrambi i casi; gli strumenti sono disposti senza accavallarsi, bensì secondo coordinate spaziali ben precise. La sensazione è di "abbandono controllato", elevazione mistica "premeditata".

Addirittura maestoso il concerto percussivo di He Would Have Laughed, con le sei corde pizzicate in odor di minimalismo e il canto di Cox forse mai così "estroverso", tuonante ed epico. Sailing, avvolta in rumori d'ambiente, cerca di convertire in ballata i kammerspiel sublimi e amorfi di Microcastle (nello specifico la triade Cavary Scars/Green Jacket/Activa), suonando desolata come il Lou Reed di The Heroine (su The Blue Mask), con la quale peraltro condivide l'ambientazione marittima e la metafora della navigazione come percorso esistenziale (tempestoso quello di Lou, più sereno e speranzoso quello di Cox).

Che dire degli altri brani... Don't Cry è un'ulteriore, piacevolissima dimostrazione dell'amore di Cox per i girl groups, tanto che, ripulita dalla sporcizia indie e "laccata" a dovere, potrebbe passare per una hit delle Shirelles. Il resto si regge (maluccio) sulle medesime intuizioni di Microcastle, e non bastano qualche strumento inedito (il sax di Coronado, le cornamuse di Memory Boy) a redimere qualcosa che pare già di seconda mano. Come copia di Nothing Ever Happened, Desire Lines è piuttosto piatta. La palma di brano peggiore la vince però Basement Scene, addirittura indecente nel suo ortografico "insozzamento" di stilemi dei tardi '50s e inizio '60s.

Difficile quindi capire cosa brilli di luce propria e cosa invece rifletta i bagliori passati. Una cosa però è certa, i Deerhunter emettono ancora luce, seppur spesso fioca e pallida. Impossibile e soprattutto ingeneroso, quindi, dare per ferma la loro attività, sebbene risultino evidenti i passi indietro che distanziano Halcyon Digest dalla grandeur di un paio di anni fa. E anche qualora disgraziatamente si trattasse di un sole calante avremmo ancora tutte le condizioni per aspettarci un ottimo tramonto.

V Voti

Voto degli utenti: 7,6/10 in media su 27 voti.

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Utente non più registrato alle 8:27 del 23 settembre 2010 ha scritto:

Disco abbastanza strano e "bipolare", probabilmente di transizione verso una nuova evoluzione. Helicopter e Memory Boy le mie preferite, Sailing abbastanza soporifera. Ottima recensione.

salvatore (ha votato 9 questo disco) alle 12:47 del 23 settembre 2010 ha scritto:

Io credo - e ho sempre creduto - molto nel talento di Bradford Cox. Ci sono volte in cui ti aspetti qualcosa da una band perchè sai che è nelle loro possibilità. Allora passa il primo album e ti dici "Col prossimo arriva il capolavoro". Poi arriva il secondo e credi che il capolavoro arriverà col terzo, e così via. A volte ti sbagli e il capolavoro non arriva mai! Con i Deerhunter questo non è accaduto, e al terzo album (senza contare progetti paralleli) è arrivato, il capolavoro. Già cryptograms e microcastle mi erano paciuti tanto... Questo, però, li supera entrambi. Le idee geniali ci sono sempre tutte, ma sembra che Cox sia riuscito a mettere un po' di ordine in quell'ossuta testa schizzata. Non è sempre un bene, mettere ordine, intendiamoci. In questo caso, a mio parere, sì. Ecco allora che tutto trova una sua ragion d'essere e un suo spazio personale all'interno di un album godibilissimo. Il pop perfetto di matrice '60 di "Memory Boy", lo shoegaze subacqueo di "Helicopter" (commovente), la circolarità giocosa di "Revival (impossibile stancarsene), la complessità melodica di "Eartquake" che durasse pure venti minuti, non ne avresti mai abbastanza. E poi "Don'cry", "Colorado" e ti viene persino voglia di ballare. Io vivo Halcyon Digest come un primo (grande) punto di arrivo nella breve ma intensa storia musicale di Bradford Cox e soci. Senza ombra di dubbio, tra i più belli di quest'anno... Recensione accuratissima! Bravi Mattei!

bill_carson alle 14:02 del 23 settembre 2010 ha scritto:

per ora mi pare di concordare con granthart

devo riascoltare meglio, ma mi sembra un disco piuttosto ondivago, con canzoni belle, ottimi spunti e passaggi pedestri e noiosi.

Boh.

sfos alle 14:09 del 23 settembre 2010 ha scritto:

Il loro migliore a mio avviso. Microcastle era buono, ma aveva diversi passaggi noiosi; anche qui ci sono, ma ci sono più brani convincenti, tra i migliori dell'anno.

target alle 20:42 del 23 settembre 2010 ha scritto:

Io ci provo ad ogni disco, ma ci trovo sempre meno cose interessanti. Bah. Bravi i Mattei, ma per me anche un 6 sarebbe stato un voto lusinghiero.

Dr.Paul (ha votato 6 questo disco) alle 20:55 del 23 settembre 2010 ha scritto:

vedi target

bill_carson alle 15:04 del 24 settembre 2010 ha scritto:

don't cry

come si fa a considerare questa un gran canzone? ma dai, è un canzoncina banalissima che qualsiasi sbarbatello indie può scrivere. insignificante.

salvatore (ha votato 9 questo disco) alle 12:28 del 25 settembre 2010 ha scritto:

RE: don't cry

Potrei porre la stessa domanda al contrario... Banale? non direi proprio.

ThirdEye (ha votato 8 questo disco) alle 3:25 del 5 ottobre 2010 ha scritto:

???

Considero Microcastle/Weird Era Cont. quasi un capolavoro...questo lo sto ancora cercando di capire a fondo quindi non ancora me la sento di dare un voto definitivo, ma per ora mi pare leggermente inferiore al precedente...Per ora..

ThirdEye (ha votato 8 questo disco) alle 5:37 del 5 ottobre 2010 ha scritto:

No

Mi cala ad ogni ascolto..lo trovo sempre piu banale a livello melodico...Dal piaciucchiarmi mi si è rivelato un mezzo passo falso. Ridimensionato molto dopo 5 ascolti.

ThirdEye (ha votato 8 questo disco) alle 5:37 del 5 ottobre 2010 ha scritto:

Il voto---

tre stellette scarse

fabfabfab alle 9:35 del 5 ottobre 2010 ha scritto:

A me aveva annoiato a morte anche il precedente... questo mi sa che lo eviterò. E dire che "Cryptograms" mi piaceva. Mah...

FrancescoB alle 10:00 del 16 ottobre 2010 ha scritto:

Stranamente, quanto ad impatto mi piace più del precedente, indubbiamente più ricco ma un pò dispersivo, e non sempre adeguatamente ispirato (dal mio punto di vista). Qui trovo maggior concisione e diverse canzoni di buon impatto. Rimando in ogni caso ai prossimi ascolti un giudizio definitivo.

Recensione, al solito, impeccabile.

NathanAdler77 (ha votato 8 questo disco) alle 0:36 del 27 novembre 2010 ha scritto:

Walking free, come with me, far away, every day...

Album fantastico, diventerà probabilmente un classico...In precedenza non avevo approfondito granché Bradford Cox & co. ma "Halcyon Digest" è un maturo diamante che incrocia shoegaze e battiti digitali (l'incipit "Earthquake"), Byrds all'autoscontro con John Lennon ("Revival"), languide tentazioni tra Roy Orbison e Angelo Badalamenti ("Sailing"), un indimenticabile Johnny Marr in collisione con gli U2 di "October" ("Desire Lines", canzone dell'anno), i Cocteau Twins trapassati dagli Animal Collective del singolo "Helicopter", lo strambo garage\soul "Coronado" (Bowie glam, fiati springsteeniani e gli Strokes). Il finale mozzato dell'onirica "He Would Have Laughed" (dedicata a Jay Reatard) commuove e scuote l'anima. Sul podio 2010.

REBBY (ha votato 9 questo disco) alle 15:26 del 12 gennaio 2011 ha scritto:

Per quel che sento io dissento ...dal vangelo secondo i Matteo eheh. E' vero che quest'album trae linfa dall'ottimo precedente, ma per certi brani lo eguaglia, per altri lo perfeziona. Non è necessariamente un difetto muoversi in continuità con le opere precedenti, specie se azzeccate. Ad esempio For your pleasure dei Roxi music (che io preferisco eh) trae linfa dal precedente e se ne potrebbero far mille d'esempi. A mio giudizio quest'ultima opera è più varia, più matura ed ha una tracklist senza evidenti punti deboli (la triade Calvary scars/Green jacket/Activa per me lo è e la "sintesi" operata dalla "ballata desolata" e rarefatta di Sailing è migliorativa). E poi ci sono elementi anche di novità: Earthquake, Helicopter, We would have laughed, almeno, tutte splendide. Come splendide sono Revival, Memory boy, Desire lines, Coronado,... tutte almeno di pari valore estetico rispetto alle formidabili citate (Agoraphobia, Never stops e Nothing ever happened).

4AS (ha votato 7 questo disco) alle 14:53 del 22 gennaio 2011 ha scritto:

Sono furbetti, mescolano un pò di tutto e il risultato è cmq buono (si passa da pezzi smiths-iani all'ormai onnipresente dream-pop...)."Desire lines" è una delle migliori canzoni del 2010