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R Recensione

7/10

Scraps

TTNIK

Non se ne è andata: la dance retromaniaca è ancora tra noi. Elettronica per sonorizzare vecchi vhs casalinghi e dischi remix anni ’80. Colonne sonore per signore che sfogliano cataloghi Postalmarket. Pattume che però dice quasi tutto di noi. (Vd, quest'anno, l'ep di Betonkust & Palmbomen II).

Laura Hill, alias Scraps, è australiana e registra la sua musica in uno studio di sua proprietà chiamato Vibrations perché le pareti tremano a ogni passaggio di tir nella statale su cui affaccia. In questo suo disco di 8 pezzi (7 nella versione prima rilasciata dalla Moontown Records; la seconda edizione, solo su cassetta, è Not Not Fun) le vibrazioni sono in realtà quelle detritiche, come da titolo (un titanik scorciato), su cui si costruiscono i pezzi: loop di basi synth-pop eighties solo leggermente aggiornate, tastiere vaporose, bpm alti, voce che gorgheggia nella lezione di Maria Minerva e LA Vampires, trovando melodie spesso appiccicosissime, che vengono iterate e fatte intrecciare fino al caos alle partiture sintetiche. Tutto si gioca sul rimescolamento.

Già molti dischi hanno ripetuto questa lezione; ciò che distingue il lavoro di Scraps non è soltanto l’effetto killer di alcuni riff o ritornelli (“Baby Baby”, che avanza cronologicamente dove ’80 e ’90 si incontrano, vd. il disco di Kedr Livanskiy) ma soprattutto l’impressionante fedeltà filologica di certe pieghe sonore e più ancora di certi esiti depressivi di questi pezzi. “Harlequin” è una vera macchina del tempo, strutturata su una tastiera spessa come uno strato di cumulonembi e un fraseggio di synth di una freddezza che solo a certi Depeche Mode è riuscita uguale: sul beat zoppicante si eleva un brano di una bellezza neppure più kitsch, ma tremendamente vera – solo, come dire, sfiorita, ormai passata. Gran pezzo, da usare per sonorizzare un video di periferie sovietiche attraversate da una Lada color mattone.

E così il riff su cui si snoda “She Devil” lo si potrebbe trovare uguale in qualche b-side dei primi Pet Shop Boys o, rivisitato, nell’ultimo album dei The Radio Dept.. Tutto sommato si lavora con archetipi (la malinconia di “Touch Blue”, la disco escapista di “Say It”), e lo si fa sapendo di toccare il nervo scoperto di chi vuole solo ballare e poi finisce la serata guardando la festa esaurirsi in un salotto di amici che sembrano estranei.

Ariel Pink con queste cose gioca. Ma chi fa sul serio emoziona di più.

V Voti

Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 1 voto.
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