Bright Eyes
The People's Key
Ci hanno tolto tutto, sì. Ma di una cosa, di cui fino a ieri ci si lamentava (io, almeno, lo facevo), non ci si può più lamentare: che ci abbiano tolto anche Bright Eyes. Dopo “Cassadaga” (2007) Conor Oberst aveva deciso di dare un taglio al vecchio moniker, di riprendersi la sua identità (“Conor Oberst”, 2008) e di suonare, oltre che con gli amici della Saddle Creek, con altra gente, dalla Mystic Valley Band (“Outer South”, 2009), ai mostri del folk (Jim James e M. Ward: “Monsters of Folk”, 2009). Risultato: qualche bel pezzo, nessun disco bello davvero, uno bruttino proprio. E così Conor è tornato Bright Eyes, con Mike Mogis (in realtà, sempre al suo fianco) e Nate Wilcott.
È proprio tornato, sicuri? Parrebbe, sin dalla consueta intro parlata e semi-delirante (Einstein? gli alieni? i Sumeri? Hitler? what?). Ma è tornato diverso, come c'era da aspettarsi. Più pulito, più pop, meno incline a nevrosi folk da cameretta e più ammiccante ad arrangiamenti electro-fighetti. Il songwriting è il suo, riconoscibile. Ma travestito da power-pop con piano e inedite tastiere sbarazzine (“Shell Games”), roba da Springsteen in versione indie-fast-food ("Hailé Selassié", “Beginner’s Mind”) o Dr. Dog in festa (“Triple Spiral”), l’America tradizionale riaggiornata, il nuovo rustico. Un’applicazione in chiave cantautorale di ciò che hanno fatto i Decemberists con “The King Is Dead”: farsi quintessenza folk-pop, rinunciando alla propria originaria connotazione (forse sentita come letto di Procuste, suppongo).
La rinuncia, in ogni caso, anche qui, come là, fa perdere punti. Non è un brutto disco, “The People’s Key”, ma è un disco che potrebbero fare in molti. Ordinario. Con l'aggravante di una produzione invasiva che fa perdere autenticità senza aggiungere granché. Neppure le ballate, vecchia punta di diamante del ragazzo di Omaha (vd. “Lua”), spiccano, pur rimanendo tra le cose migliori dell’album (“Approximate Sunlight”, “Ladder Song”), assieme ad alcuni esempi di bella scrittura pop (“A Machine Spiritual (In The People’s Key)”, "Jejune Stars"). L’impronta di Oberst, e ormai la sua eccellenza, rimane nei testi, colti, stilisticamente lavorati, stimolanti nei temi, con diffuse sortite su terreni para-spirituali già affrontati in “Cassadaga”. Ma non basta. Anzi, a tratti (“One For You, One For Me”), sfumano di ecumenismo alcuni pezzi già agghindati in vesti sciape fastidiosamente democristiane.
“The People’s Key” è già stato dichiarato l’ultimo disco sotto il nome Bright Eyes. Non un addio memorabile. Né, quel che è peggio, un disco che lasci pensare a qualche rinascita miracolosa.
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