King Tuff
King Tuff
È un’altra di quelle buone cose del passato alla cui scomparsa ci siamo piano piano dovuti rassegnare. Come le amicizie vere, quelle nate per strada, per caso e non su facebook, i prodotti agricoli senza pesticidi, la pasta fatta in casa, le giovani coppie che accedono ad un mutuo senza che i loro vecchi s’indebitino fino al collo, eccetera. Mi auguro di non passare per un fottuto conservatore, dicendo questo. Semmai è il contrario: i conservatori rimpiangono solo le cose peggiori del passato. Noi, invece, col passare del tempo, a tutte quelle cose buone, abbiamo aggiunto questa: gente che sa scrivere dell’ottimo rock’n’roll artigianale, sfacciato, impellente e divertente e, insomma, senza troppe sovrastrutture, sufficienti ma non necessarie. Fosse nato una quarantina d’anni prima di quando è effettivamente nato, un tipo come Kyle Thomas, in arte King Tuff, poteva starsene tranquillamente in cima a una qualche classifica di Billboard. Invece a quattro anni dall’esordio, l’ottimo Was Dead del 2008, vagola felicemente nomade in un limbo semiprofessionale, fra sgangherate avventure on the road, eccellenti concerti un po’ dove capita, musicista in gruppi folk come i Feathers o i Witch, il progetto garage-stoner dell’inossidabile J Mascis. Ora il provvidenziale intervento della Sub Pop sembra aver rimesso un po’ le cose a posto. Si spera, quantomeno, perché l’omonimo uscito nei mesi scorsi avrebbe tutte le carte in regola per diventare un cult estivo. E per far conoscere, aldilà di una cerchia comunque entusiasta di ammiratori, questa specie di Otto dei “Simpsons”, capellone, tatuato, freakettone ed ispiratissimo autore di canzoni.
Originalità forse poca, quanto basta. Ma personalità tanta. Forma canzone agile, compatta, senza un filo dei grasso sui fianchi. Spontaneità apparente che cela un lavoro mirato ed esperto, meccanismi di precisione che vanno oliati ma non alterati: le chitarre agrodolci, gli accordi semplici e ficcanti, le melodie insinuanti, frizzanti e a gradazione controllata, come l’alcolico che alla lunga ti fa sentire parecchio brillo, ma non stomaca, non ubriaca mai completamente. La voce schermata e stranita, beffarda e adolescenziale, di King Tuff si lancia in affondi garage-pop memorabili come l’iniziale “Anthem”, riff rotondo, solenne, quasi square su un’andatura crampsiana o la scrosciante “Bad Thing”, passa dalle frecciate rockabilly di “Baby Just Break”, al power-pop a là Buzzcocks di “Alone & Stoned”, dal garage crudo e impastato di psichedelia (“Stranger”) vicino ai pezzi più leggeri di un Ty Segall, alla cromatura satura e glam di un vero e proprio gioiello come “Stupid Superstar”, roba da resuscitare Marc Bolan. Il gusto per la melodia speziata e spiazzante di King Tuff, lungi dal rischio di essere assorbita nella sporcizia sonica e nella velocità d’esecuzione, risalta anche nei brani più lenti e (sixties) pop come la stralunata e zuccherina “Unusual World”, la sussurrata e spazzolata “Evergreen”, ma soprattutto il mid-tempo quasi dylaniano dell’ottima “Swamp Of Love” che trascolora nel crescendo acido e ammiccante della seconda parte.
Un divertissement tutt’altro che epidermico, che unisce intelligenza e sostanza. Un brivido di piacere in un’estate torrida.
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