R Recensione

8/10

Architecture In Helsinki

Places Like This

I paladini indiscussi dell’indie pop sono tornati fra noi.

Due anni e mezzo: tanto è passato dalla pubblicazione di “In Case We Die”, il secondo album, nonché capolavoro, dell’ottetto australiano (!) Architecture In Helsinki. Portabandiera del disco, la favolosa “Do The Whirlwind”, un copia/incolla acusticoide di trombe, campanelli, sitar, carezzato dalle voci festose del collettivo, altalenante come il rispettivo video, giocoso e bizzarro, realizzato durante una corsa sulle montagne russe. Tutti, nella sfera indipendente, si erano presto innamorati di loro, del loro modo di fare, della loro attitudine, svagata e spensierata allo stesso tempo.

E del loro disco, del loro bellissimo disco, senza alcun dubbio: fra chitarrine flangerate, rumori non meglio identificati, utensili quotidiani trasformati in strumenti (seghe, martelli e chi più ne ha più ne metta) e un fantastico approccio alla forma/canzone, curioso e, talvolta, impertinente, gli otto avevano raggiunto il picco assoluto di gradimento, sia dalla critica che dal pubblico. Non un attacco mosso contro gli AIH: “In Case We Die” aveva messo proprio tutti d’accordo, al contrario del pastellato esordio “Fingers Crossed” (2003), ancora un po’ immaturo. E molti, nell’euforia generale, avevano già strappato i vecchi poster dei Belle & Sebastien. Nel caso fossero morti.

Ora, dopo l’uscita di questo nuovo “Places Like This”, possiamo affermare: tenete pure attaccata la locandina degli Architecture In Helsinki, ma riappendete anche quelle dei Belle & Sebastien e compagnia varia. Difficile, quasi impossibile fare meglio di quella gemma splendente di “In Case We Die”: ed infatti, il miracolo dell’ultimo lustro pop non è avvenuto. Se di pop ha ancora un senso parlare. Perché sì, sembrerà davvero un controsenso, ma gli Architecture In Helsinki non sono più la gioiosa cricca poppettara di qualche anno fa. O almeno, non più come un tempo.

Password: sperimentazione. Ecco qual è il lemma che gira intorno alla mutazione degli AIH, positiva o meno che sia. Gli australiani sono maturati, hanno sentito la pressione che gravitava minacciosa su di loro, impaziente di schiacciarli con l’ombra ingombrante del precedente masterpiece. Perciò, si sono dati da fare, per non riciclare i soliti suoni e venire imprigionati in un terribile cliché senza fondo. In questo senso, il singolone “Heart It Races” può fuorviare gli ascoltatori, con la sua girandola di coretti altisonanti, che tanto abbiamo conosciuto ed apprezzato, snodata su un tappeto di solidi beat elettronici. Infatti, gli AIH, quando più, quando meno, hanno deciso di aumentare il tiro dei pezzi, irrobustendo gli inserimenti di chitarra, oppure inserendo una maggiore quantità di synth pizzicanti. In poche parole: meno pop, molto più rock, molta più elettronica. Cercando, in ogni caso, di dare al tutto un’impronta personale, quasi un marchio di fabbrica.

I primi ascolti di “Places Like This” non risultano essere facilissimi, non tanto per una presunta pesantezza sonora, quanto per la mancanza di validi punti di riferimento. “Feather In A Baseball Cap” è il nuovo manifesto della svolta intrapresa dai Nostri: una sola voce maschile, nel mezzo di un continuo mulinello di cut’n’paste e effetti sonori, più o meno riusciti. L’opener “Red Turned White” ha, invece, un poderoso serraglio, totalmente inconsueto per i canoni degli Architecture In Helsinki, a metà fra synth pop à la Depeche Mode e punk rock classico. Più ortodossa la vivace “Hold Music”, col suo incedere zigzagante, come un carillon ubriaco, fra ottoni e sintetizzatori.

Intendiamoci: non che i riferimenti al passato recente del gruppo non ci siano. Solo, sono più nascosti del dovuto, riarrangiati con un cipiglio più severo e arricchiti con nuove sonorità. “Underwater”, ad esempio, sarebbe stato un brano perfetto da inserire nel contesto di “In Case We Die”, se solo fosse stata più spigliata, meno eterea e meno appesantita da effetti ambient che profumano di Eluvium. O ancora, la ritmata “Lazy (Lazy)”, una riuscitissima mescolanza fra twee pop –con coretti annessi- e barocchismi rock, sempre in movimento ad abbracciare generi diversi fra loro. Per non parlare di “Nothing’s Wrong”, una canzone perfetta da cantare in gruppo, davanti ad un falò, se non fosse per occasionali controvoci da soprano, soffocate sotto una risacca di suoni gorgoglianti.

La prova migliore dell’intero lavoro è, in ogni caso, una traccia che odora, se non di “In Case We Die”, addirittura di “Fingers Crossed”: è il delizioso intreccio di voci di “Like It Ar Not” , che si arrotola e si srotola, in un continuo girotondo, attorno ad una tromba solitaria, la stessa già sentita in “Do The Whirlwind”. E che, in ogni caso, non stanca mai.

Tirando le somme di questo “Places Like This”, cosa rimane, dunque? Rimane sicuramente l’idea di un buon disco, meno ordinario del solito, meno elaborato, e nel contempo più coraggioso. È un’ opera destinata, sin dalle prime battute, a dividere le schiere di fan che li avevano seguiti fino ad adesso. Certamente, la metamorfosi parzialmente attuata non è di impatto immediato: ci vorrà del tempo per riuscire ad inquadrare la nuova ottica degli Architecture In Helsinki, salvo ulteriori mutazioni.

L’unico vero, grande appunto che bisogna fare agli otto di Melbourne è quello della durata complessiva: se è vero che i prezzi discografici, al giorno d’oggi, sono assolutamente spropositati, è vero anche che dieci canzoni, per un totale di appena trentuno minuti, di certo non sminuiscono la crisi che già da tempo affolla gli incubi della musica.

Ma alla fine, che importa? Nel caso dovessimo morire, ce ne fossero di posti così! Teniamo dunque le dita incrociate: buona fortuna a noi e agli Architecture In Helsinki.

V Voti

Voto degli utenti: 7,1/10 in media su 9 voti.
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target 6/10
REBBY 7/10
rael 6/10
loson 8/10

C Commenti

Ci sono 4 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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loson (ha votato 8 questo disco) alle 16:37 del 23 agosto 2007 ha scritto:

Buon disco

Recensione perfetta! La tua analisi è davvero approfondita e scritta benissimo, complimenti! ;D

Dr.Paul (ha votato 7 questo disco) alle 19:25 del 2 ottobre 2007 ha scritto:

dunque con molto ritardo, causa recensioni un po discordanti e non troppo positive, solo ieri mi sono avvicinato al nuovo lavoro degli AIH, era li che mi aspettava a 10 euro e non ho saputo dire di no!

sicuramente non raggiunge i livelli di we die, carine alcune basi elettro ed il mood generale, sembrano pero mancare quegli hook irresistibili che hanno fatto la fortuna del predecessore, ok poco male, sempre un lavoro godibile!

noto con rammarico che sono sparite due ragazze dalla lineup storica, in pratica ora sono un sestetto, sono sparite Tara ed Isobel, che poi erano le due che avevano autografato la mia copia di fingers crossed!!!!

a questo punto due domande per biasio o per chi mi vorrà rispondere sorgono spontanee...

puo la defezione delle due tipe essere stata deleteria nella stesura dell'album? (non credo pero....boh nn si sa mai), secondo: la mia copia autografata dalle scomparse aumenta di valore o diventa copia da sfigati? dai l'ultima è una cazzata...))

Marco_Biasio, autore, alle 19:54 del 2 ottobre 2007 ha scritto:

Grazie Paolo

del passaggio e del commento. No, non penso che l'uscita di Tara ed Isobel dalla band sia stata deleteria: è solo che, essendosi trasferiti a New York, hanno assorbito molte sonorità "autoctone" (funk, hip hop su tutti) e hanno deciso di mescolarle al loro inconfondibile marchio di fabbrica. Con risultati non sempre eccellenti

Dr.Paul (ha votato 7 questo disco) alle 20:19 del 2 ottobre 2007 ha scritto:

si molto probabilmente hai ragione!

non voglio fare l'uccello del malaugurio, anche perche quest album è buono, ma questo abbandono di tara e isobel e questa americanizzazione di cui parli mi ricordano paurosamente i b & s, l'addio della campbell e di stuart david e la fascinazione per questa america che...lo dico? io lo dico...li ha rovinati!!! )