Babalot
Non Sei Più
Dopo 6 anni di silenzio assoluto, lo si era dato per disperso. Internet, che dà informazioni anche sui tuoi compagni delle elementari più dimenticabili, di babalot non diceva nulla. Un myspace gestito (?) da altri e rimasto in uno stato archeologico, un’etichetta che (purtroppo) languiva, nessuna altra traccia. Cespugli che corrono nel deserto, era, ormai, la creatura di Sebastiano Pupillo. Poi, all’improvviso, rispunta. Una di quelle scoperte che ti salvano la primavera: babalot è ancora.
Il disco numero tre si chiama, in compenso, "Non sei più", perché a babalot è sempre piaciuto abbattere, demistificare, giocare, senza risparmiarsi le sfumature torve. Dopo il delirio labirintico di “Un Segno di Vita” (27 tracce, di cui 12 nascoste, per 54 minuti), Pupillo, non più da solista ma accompagnato dalla band originaria, torna con un album ridotto all’osso: otto pezzi (si scaricano aggratise qua), più l’immancabile ghost-track (un pezzo degli amici pootsie). Poco? D’altronde i dischi di otto canzoni li fanno anche i Radiohead.
Ed è sempre il suo pop storto, con strutture sgangherate e melodie che ciondolano, un technicolor esplosivo di strumenti raffazzonati e sguardi surreali sull’assurdo casalingo che sembra già aver fatto scuola in tanto indie pop dei sottoboschi italici. A chitarre e computer si aggiungono tastiere e fiati (suona tutto il polistrumentista Lollo), per una gamma sonora allargata rispetto ai dischi precedenti che ubriaca ancor più i pezzi già ebbri di babalot, tenendo salda la loro presa istantanea.
Dal bluegrass con banjo scalpitante virato poi in discotunztunz con sax di “Dante” si può passare al folklore nero à la Capossela di “Gattonero” («le vecchie nere a lutto camminano sul bordo e cantano una nenia»), col clarinetto su beat guasconi a fare meravigliosamente a pugni, magari attraversando il cupo cabaret di elettronica strappata, sax, flauto e fisarmonica dell’eccellente “Bisestile”, con visioni drogatissime («il gatto esposto al vento cerca cibo nel cortile, tutti piangono la fine dell’anno bisestile»). Che è difficile non citare versi di babalot, tanto si imprimono in testa, non solo per la presa melodica, ma anche per una potenza visiva inusuale (mica un caso che il Brondi degli esordi lo nominasse tra le sue fonti).
E vada per la brevità del disco: non c’è nulla che faccia scendere la qualità, dal torbido giocattoloso di “Bruciare” allo zumpazumpa di “Paperino”, fino alle strofe sbilenche di “Andiamo a mare”, che finisce (su uno xilofono che civetta «Ba ba baciami piccina») nel momento in cui qualsiasi altro autore pop l’avrebbe fatta decollare. D’altronde babalot mica è pop. È di meno (furbo) e di più (incisivo) allo stesso tempo. Ed è tornato.
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