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R Recensione

5/10

braids

Native Speaker

 L'indie è stato il vero e proprio Zeitgeist di questa prima decade. Un fenomeno tanto esteso e riconoscibile da divenire fatto di costume a tutti gli effetti, in grado di uscire dall'originario status underground per insinuarsi nella frammentazione stilistica ormai propria del mainstream in veste di innocuo (cioè carente di carica conflittuale) sound alternativo. Attenzione: “alternativo” vuole avere un'accezione totalmente differente da “underground”. Mentre il secondo termine presuppone(va) una frattura netta tra sottosuolo e superficie, il secondo può benissimo appoggiarsi e crescere sopra di essa. Nell'epoca della differenziazione stilistica funzionale alla molteplicità di scelta, l'alternativo è capace di coesistere e spartire fette di mercato con la grande famiglia del prodotto musicale. Perché in fondo: cos'è il mainstream nell'era di internet?

Ora, che c'è di male in questo? Il pop moderno è sempre stato caratterizzato per il suo movimento, spesso contradditorio, tra l'essere merce e nello stesso tempo rappresentare un fenomeno culturale ed identitario autonomo dal mercato. E se è vero che la verità sta nel mezzo, possiamo dire che se il suo essere merce ne garantiva una soddisfacente accessibilità senza comprometterne l'autenticità comunicativa allora ecco che l'equilibrio non era turbato.

Le mie considerazioni su questo Native Speaker, dell'esordiente band canadese Braids, non possono che allacciarsi al ragionamento appena esposto: l'equilibrio di cui sopra sussiste ancora dopo quel miliare apice rappresentato da Merryweather Post Pavillon in cui molti indie kids sembrano aver visto la luce? Costume (moda) e potenza del messaggio sono ancora un tutt'uno?

Il calderone indie (o almeno una parte consistente di esso) sembra essersi sempre più appiattito su una mediana estesissima di luoghi comuni, espedienti stilistici fortemente omogenei, propensione ad un hype collaudato: non sto effettuando una critica etica, ma piuttosto una constatazione di esaurimento di creatività e vigore di una scena che ha saputo regalarci grandi esempi di originalità.

Ed eccoci a Native Speaker: qui sembrano concentrati tutti i segni della stanchezza espressiva di certa produzione indipendente. Pochi elementi chiave, tra cui una simulazione ostentata di profondità sonora tramite l'uso di delay, riverberi, loop tanto ripetitivi quanto incentrati su una densissima carica melodica. Sebbene le prime impressioni non possano che essere piacevolmente stuzzicate dal brio e dalla solarità naif di Lemonade (voce femminile cristallina, ritmiche tribali etnochic, il tappeto scintillante e oscillante di arpeggi di chitarra elettrica messi in loop), ci si trova presto a constatare che ogni spunto di originalità sfuggito alla copia carbone degli ultimi Animal Collective, viene immancabilmente ripetuto nelle restanti 6 tracce. La formula infatti si ripete con l'accumulo di elementi di Plath Hearth, brano assemblato ad incastro, con i vari elementi che fanno capolino su una base tremolante di synth, dove le pieghe e i risucchi sonori sono sempre troncati e approssimativi, incapaci di mettere in campo, assieme all'alta definizione, anche una complessità compositiva degna di questo nome. Glass Deers effettua una versione indie-pop dei Fuck Buttons, trasformandone la carica sovversiva in una filastrocca elettronica dove l'esecuzione canora finisce per auto-compiacersi in continui riverberi, effetti eco e overdubbing. Il tutto si prolunga però all'eccesso, finendo per annacquare le buone intuizioni in troppa soluzione neutra.

I giochini sulla loop station proseguono, i layers sequenziati di Native Speaker si fanno addirittura soporiferi, nonostante il tentativo di infiammare l'atmosfera in un finale confuso e ammucchiato, l'atmosfera cupa ed ipnotica di Lammicken non si discosta da una monotona base pulsante via via sovraccaricata di effetti e rumorismi elettronici, Same Mum fa il verso alla prima Lemonade e la strumentale Little Hand chiude con una placida ninna nanna electro.

Qui entra in crisi, a parere di chi scrive, la potenzialità espressiva di una buona fetta di indie contemporaneo. A traghettarne lo spirito, fortunatamente, rimangono numerose zattere sparse, mentre Native Speaker rappresenta una resa, seppur parziale ed inconsapevole, alla standardizzazione e banalizzazione dell'autoproduzione, la quale diventa più un fatto di status che una modalità funzionale ad una maggiore libertà e flessibilità produttiva/comunicativa.

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Voto degli utenti: 6,8/10 in media su 5 voti.
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gull 6/10

C Commenti

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countingcrow76 (ha votato 6 questo disco) alle 12:39 del 17 aprile 2011 ha scritto:

bo non vedo la connessione con gli animal collective che continuano(secondo me) ad essere la band piu' sopravvalutata degli anni 00.molto ma molto meglio il panda bear

gull (ha votato 6 questo disco) alle 9:47 del 18 aprile 2011 ha scritto:

"Lammicken" mi piace molto. Non posso dire altrettanto per tutto il resto, che non mi prende più di tanto. Per i miei gusti, un lavoro onesto ma niente di più.