R Recensione

8/10

Death Cab For Cutie

Narrow Stairs

Dopo la placidità pop di “Plans”, debutto per una major e disco di platino, si era gridato al classico tradimento dell’indie band: Ben Gibbard e soci suonano come i Coldplay, si salvi chi può. “Narrow Stairs” non cambia le coordinate, ma toglie al quadro generale qualsiasi sembianza di idillio: i paesaggi ariosi sono deframmentati; le ampie campate si fanno scale strette; le foto appese sul muro sono state strappate. I Death Cab suonano ancora come icone pop dalla faccia pulita, ma invecchiate di vent’anni e con due divorzi alle spalle. Ed ecco un inno pop alla disillusione.

A ben vedere “Narrow stairs” riesce a conglobare qualche traccia delle ruvidità di “Transatlanticism” nelle sonorità per lo più dilavate, limpide, tendenti al candeggio, tra arpeggi ben distinti e melodie ineccepibili, di “Plans”. Album di sintesi, dunque, che trova la sua originalità in qualche divagazione imprevista e in una sezione ritmica decisamente più aggressiva: ne esce un viaggio più tortuoso del previsto, nel nome di un’amara delusione di fondo che macchia ogni canzone come un veleno.

Così nell’apertura di “Bixby Canyon Bridge”, ricerca di sé attraverso quella di Jack Kerouac: il viaggio nei luoghi dello scrittore non fa scattare la scintilla immaginata (“this didn’t play like it did in my mind”) e la lunga coda dissonante è una sporca scia di frustrazione.

Gibbard punta molto sull’ingrediente testuale delle canzoni: ogni brano deve creare un carboncino, un tableau, un mini-racconto nei protagonisti del quale l’ascoltatore è fortemente portato a calarsi: l’empatia sui contenuti, allora, trascina con sé un’automatica immersione nei suoni che li accompagnano, con esiti di un diffuso coinvolgimento. Esemplare “I Will Possess Your Heart”: più di quattro minuti di intro in crescendo, con basso e batteria vigorosi e tastiere a sostegno, e poi, all’ingresso del parlato, la loro sussurrata sparizione. Mimesi di una compresenza difficile. Gibbard minaccia: “you gotta spend some time, love, you gotta spend some time with me”. Non si ha neppure il tempo per farsi amare. E dirlo in una canzone di otto minuti e mezzo è quanto meno sarcastico.

Così come sarcastico è cantare la propria deriva verso il pessimismo nella solare “No Sunlight” (tra gli esiti migliori), o infilare una visione geriatrica dell’amore sopra la base orchestrale-beatlesiana di “You Can Do Better Than Me”. Tutto il disco ruota attorno a questi intrecci ossimorici tra parole e musica, cocenti le prime, nitida la seconda. Pop col ghigno.

I momenti più riusciti, in questo miscuglio di contrari, sono nella seconda metà del disco: “Grapevine Fires”, guidata dal wurlitzer e da una melodia deliziosa, si distende sulla prospettiva afosa e collinare degli incendi californiani. Canzone crepuscolare, in cui non si capisce se i pompieri, alla fine, nel loro fatalismo (“they knew it was only a matter of time”), aspettino la pioggia o la morte (“before we all burn”). Si infilano perline ultra-pop (“Your New Twin Sized Bed”, “Pity And Fear”, dal riff secco e geometrico, assai New Order), melodie ripulite, momenti radiofonici (“Long Division”, matematica metafora dell’amore).

Sono saldi, i Death Cab For Cutie, nella loro veste pop. Rende serena la loro disperazione. E le loro rappresentazioni a tinte pastello dell’infelicità contemporanea suonano come il giusto compromesso tra l’abisso e la sopravvivenza, tra l’indie e il pop. Da sopra le scale strette il panorama non delude.

V Voti

Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 18 voti.

C Commenti

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simone coacci (ha votato 7 questo disco) alle 12:23 del 23 maggio 2008 ha scritto:

California Here We Come!

Confesso: mai piaciuti più di tanto. Ciò non toglie che l'opera sia a suo modo, piacevole, chiaroscurale, ricca di contrasti. Non è colpa loro se le aspettative nei loro confronti sono sempre così immotivatamente alte. Discreto: tra il 6/7. Da 8 la recensione.

target, autore, alle 15:53 del 23 maggio 2008 ha scritto:

Billboard here we come!

Il disco ha debuttato alla numero uno negli States. Forse perché la gente si era stancata di ascoltare la versione tamarra che tuttora spadroneggia nei siti peer-to-peer (trattasi in realtà di operazione furba di un cantante tedesco dalla voce molto simile a quella di Gibbard; sta di fatto che girano recensioni, anche in italia, di quel "narrow stairs" e non di quello vero). Delirio. Aspettative troppo alte, forse sì: è pop fatto con intelligenza, niente di più. Ma in quel genere è quanto di meglio si possa trovare.

simone coacci (ha votato 7 questo disco) alle 16:20 del 23 maggio 2008 ha scritto:

Si nell'altra c'era solo "I Will Possess Your Heart", pure io ho rischiato di accattarmi il tarocco, poi, per fortuna, dato che già un po' mi puzzava, sono andato a confrontare il minutaggio dei pezzi con quelli reali e non quadravano. Bella trovata, comunque, quasi quanto le finte teste del Modigliani!

hallustaff (ha votato 9 questo disco) alle 1:54 del 28 maggio 2008 ha scritto:

l'attesa, anche del sottoscritto, si analizza, probabilmente, grazie alla mancanza di passi falsi da parte della band. partendo dal primo album (poi stampato anni dopo) passando per gli ep ed arrivando a questo, bello, narrow stairs si nota, a mio parere una band in continua evoluzione. difficile trovare una loro canzone che si può definire "brutta"!

si, è vero sono passati ad una major e grazie ad oc sono molto più famosi, ma chi non avrebbe fatto così? vedi modest mouse, decemberist e, molto probabilmente in futuro shins e arcade fire. e poi c'è un lato positivo in tutta questa notorietà, ovvero la possibilità di vederli suonare dal vivo in italia, cosa che quando erano sotto la barsuk era quasi impossibile.

la tua recensione l'ho capita e non, ma conocordo con il voto.

Death Cab...here you have to come to play!

Peasyfloyd (ha votato 7 questo disco) alle 16:58 del 22 giugno 2008 ha scritto:

grosso modo mi allineo al Coacci nazionale. Pop ben curato e gradevole con spunti notevoli ma isolati. Livello generale più che discreto.

REBBY (ha votato 8 questo disco) alle 9:34 del 13 agosto 2008 ha scritto:

I will posses your heart,Talking bird, Your new

twin sized bed e soprattutto Grapevine Fires sono

musica pop per le mie orecchie.

rubens (ha votato 6 questo disco) alle 13:28 del 20 agosto 2008 ha scritto:

Un tipo di indie rock ...

che non mi ha mai detto nulla: li ho sempre associati agli inglesi Athlete, altro gruppo che sento incolore. Sarà il cantato di Gibbard (che in formato indietronico mi convince di più) o la struttura un pò ferma dei pezzi, senza veri picchi nè sorprese: il punto è che per quanto provi a riascoltarli, disco dopo disco, mi lasciano sempre in una totale ed apatica indifferenza.

Roberto Maniglio (ha votato 8 questo disco) alle 20:48 del 31 agosto 2008 ha scritto:

Inferiore solo a Transatlanticism...

nella discografia dei DCFC. Buon disco, che tuttavia non soddisfa completamente le mie aspettative (elevate) nei confronti di Ben Gibbard.

leonardomicheli alle 17:03 del 11 settembre 2008 ha scritto:

Un buon disco...la traccia che più mi è rimasta dentro è Grapevine fires...ha un crescendo veramente toccante.

Sicuramente da ammirare e lodare il coraggio e la determinazione. Meglio di tante altre band tanto osannate ma che a conti fatti sono tutto fumo e niente arrosto (...bloc party)

rael (ha votato 7 questo disco) alle 10:43 del primo ottobre 2008 ha scritto:

apprezzabile.

Roberto Maniglio (ha votato 8 questo disco) alle 22:30 del 10 maggio 2009 ha scritto:

Anche il video di Grapevine Fires è bello.

salvatore (ha votato 9 questo disco) alle 13:41 del 12 aprile 2011 ha scritto:

Bellissimo!!! Dischi del genere andrebbero fatti sentire a tutti quelli che cercano di scrivere canzoni pop (cosa difficilissima, perchè se è vero che una canzone pop di merda la sa scrivere chiunque, scrivere una canzone pop di qualità è cosa tra le più difficili in ambito musicale - oltre che roba per pochi -, visto che la banalità, la scontatezza, il plagio, la melodia trita e ritrita, le liriche stucchevoli sono tutte trappole difficilissime da evitare)... Le canzoni, una meglio dell'altra! E poi basterebbe la sola, commovente, dolce, circolare "Talking bird"... 8,5 che diventa 9 per un "private affair"