Destroyer
Trouble in Dreams
Se siete coscienti di essere bravi, accettate un consiglio. Tenete sempre il meglio da parte. Ovvero, conservate il prodotto migliore della vostra mente e centellinatelo nel tempo. Concedetene frammenti, pubblicatene surrogati, ma custoditene l’essenza, lasciando al presente solo il presagio dell’eccellenza che tenete in serbo per il futuro.
Dan Bejar scrive e produce musica. E probabilmente non fa nient’altro: in poco più di dieci anni ha pubblicato otto album e due EP a nome Destroyer, quattro con i New Pornographers e uno con gli Swan Lake. Ritmi da Will Oldham, se non proprio da John Zorn.
“Trouble in Dreams” conferma la capacità di Bejar di muoversi nelle strutture indie-pop con agilità e freschezza, creando quel suono da più parti definito “totale” o “universale”. Per chi conoscesse la discografia dei Destroyer, siamo dalle parti del pop lussureggiante e sognatore di “Your Blues” (2004). La voce di Dan, oggi come allora, si trascina accompagnata da chitarre acustiche (“Blue flower/blue flame”), handclapping e densità elettriche (“Libby’s first sunrise”) o, semplicemente, si inserisce in trame barocche sorrette dagli archi e punteggiate dal pianoforte (“Shooting rockets”, una ballad che possono permettersi veramente in pochi).
Peccato però che “Your Blues” fosse semplicemente un bel disco dei Destroyer, che invece pubblicarono il loro capolavoro due anni più tardi (“Destroyer’s Rubies”): un album pieno, completo, dove il pop elegante di Bejar si sposava con il rock, richiamando sonorità vicine a David Bowie, T-rex e Rolling Stones. Di quelle sonorità ritroviamo in questo “Trouble in dreams” qualche frammento di rock alcolico (“The State”), l’incedere epico di alcune melodie (“Introducing angels”), il “la–la–la-la” reiterato nei chorus (ormai un marchio di fabbrica) e poco altro.
Perché le evidenti capacità di scrittura di Bejar si incartano spesso nella ricerca dell’”instant-classic” (il singolo “Foam Hands”, volutamente “bello” e quindi inevitabilmente ovvio), nell’ostentazione di virtuosismi barocchi (il ritmo incalzante di “My favorite year”, le progressioni piano-chitarra di “Plaza Trinidad”, l’evoluzione pretenziosa di “Leopard of honor”) e nella malcelata volontà di stupire e, al contempo, dimostrare un senso di compiutezza e maturità che sembrava assai più a fuoco nel disco precedente. Il risultato è un album con poche idee, trascinate all’infinito e salvate a fatica dalla classe superiore del suo autore e da una realizzazione formale perfetta.
Non ce ne voglia il caro Bejar, ma il suo “Trouble in Dreams” sarebbe un buon disco di transizione, tra “Your Blues” e “Destroyer’s Rubies”. Peccato che le date siano tutte sballate.
Quanto a voi, correte a nascondere i vostri capolavori, potreste commettere lo stesso errore.
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