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6/10

Donovan Blanc

Donovan Blanc

Passati in notevole sordina nel carosello indie pop dell’anno, i Donovan Blanc, duo newyorchese ingaggiato dalla Captured Tracks, meritano una menzione e un ascolto, soprattutto per la loro capacità di mettere assieme, su trame chiaroscurali di chitarra e tastiera, un’attitudine rétro e vagamente scazzata alla Ariel Pink e una vena jangle autunnale e nordica in stile The Clientele.

Sembra un’associazione mostruosa, ma un pezzo (delizioso) come “Girlfriend”, in apertura, proprio questo suono anfibio sfoggia, così come le altre parti migliori di un disco per imbrunire e sere malinconiche (violet hours, insomma) che ha il difetto, tuttavia, di un’eccessiva omogeneità e di una scrittura non sempre all’altezza.

Dove le melodie vocali, sempre offuscate, si incontrano con gli intarsi ombrosi degli arpeggi e dei ricami strumentali (spiccano le volute del flauto), il disco funziona (“Minha Menina”), impreziosito da una produzione ovattante e da un’aura di trascurato disfacimento con sfumature psych folk davvero ammalianti (“Veronica”), forse a tratti un po’ troppo posh; di posa, ecco, con passaggi di noia (“Is It Natural”). Riemergono anche spettri delle snervature ’80 tra Felt e slowcore americano, ma nel complesso l’album suona assai più inglese, con il patronato di Alasdair MacLean ineludibile – purtroppo neppure lontanamente eguagliato nella vena lirica a livello testuale.

Un disco minore, da vegetazione in penombra, un po’ malata, a cui è probabile si possa tornare più spesso di quanto sembri al primo ascolto.

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