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R Recensione

7,5/10

Emma Pollock

In Search Of Harperfield

Cosa sopravvive del nostro passato familiare? Cos’è che rimane, cosa persiste ancora sedimentato nel presente? Un ricordo sfumato e discosto, un carillon emotivo di sensazioni sepolte negli anni, vecchie banali foto dalla quotidianità semplice e agreste che tornano in superficie alla recherche del proustiano tempo perduto: “la realtà di quel giorno si dissolse lasciando lentamente il posto alle immagini ancora vivide della memoria, a piccoli episodi che mi apparivano con tutta la forza di una cosa vissuta…" Fotografie, ecco. Così distanti ma a un tratto nitide nei loro andirivieni dai contorni mnemonici, così visceralmente inattuali da assumere a posteriori un significato quasi arcaico, dislocato dalla fredda impersonale attualità a codici binari che ci circonda. Istantanee di vita che illustrano un preciso e ritornante stato d’animo mentale, simile a quello che adorna la simbolica cover del terzo lavoro in studio dell’ex Delgados Emma Pollock, eloquentemente poetica e orgogliosa delle sue radici nell’artwork di tonalità verdognole curato da Niall Smillie. A guardare e riguardare l’immagine-rievocazione di “In Search Of Harperfield”, con le tacite figure di uomini (fra cui papà Guy Pollock) a caricare selvaggina e il contesto contadino dei luoghi raffigurati, di portata parimenti out of time e “metafisica”, la parola che mi gira in testa più di ogni altra è: memoria. Ciclica, frangente, di basica ricordanza, un’epifania souvenir che lambisce, appunto, una dimensione “altra” e immaginifica delle proprie origini, situata nel caso della Pollock in quell’anfratto di Scozia centro-orientale chiamato Blair Atholl. E’ da lì, dal piccolo villaggio della contea del Perthshire laddove confluiscono i fiumi Tilt e Garry ai piedi dei monti Grampians, che muove e riannoda la tela del suo viaggio a ritroso nel tempo la nostra Penelope/Emma, tessendo uno sfaccettato e ubertoso concept indie/pop-rock di ispirata nobiltà cantautorale. Innervato da arrangiamenti di laconica e mai sovraccarica eleganza, grazie a cui Emma può comprovare il suo eclettismo strumentale suonando di volta in volta chitarra, basso, piano, tastiere, xilofono e dulcimer, e da una scrittura di flessuosa, libera maturità che attesta (con la complice collaborazione del produttore, multistrumentista e marito Paul Savage, e i preziosi interventi di Malcom Lindsay e David McAulay) il successore di “The Law Of Large Numbers” uscito nel 2010 decisamente come la miglior prova solista fin qui realizzata dalla Pollock.

Un composito album dei ricordi che s’apre dolceamara riflessione alla maniera della PJ Harvey più umoralmente pop, o di una Shannon Wright meno tribolata da goticismi e buio pesto, nell’impellente melodia dell’opener “Cannot Keep A Secret”, per poi seguire una significativa via “europea” al power-pop technicolor dei New Pornographers (“Don’t Make Me Wait”) e della coetanea rossa amazzone made in Canada Neko Case, ascoltare il singolo “Parks And Recreation” e il ritmico caracollare Violent Femmes di “Vacant Stare”. Positivo ma non pacificato, profondo senza sacrificarsi sull’altare di un songwriting di mesta autocommiserazione, “In Search Of Harperfield” è un espressivo autoritratto di tenue e dissimulata malinconia che piazza i suoi colpi migliori in fascinose ballate di forte, chiaroscurale impatto: su tutte il magnifico baroque-pop cameristico “Intermission” (la sua “Eleanor Rigby” di proterve nubi scottish?), con il violoncello di Jackie Baxter e gli archi del Cairn String Quartet, una raffinata e obliqua reminiscenza art-pop à la Peter Gabriel 3 qual’è “Alabaster”, alcune umbratili e velate melodie di un incipiente protrarsi folk (“Dark Skies”, “In The Company Of The Damned”). E dopo che nei titoli degli ultimi brani sopraggiungono gli ondosi echi inquieti di un “Monster In The Pack” e d'arcani “Old Ghosts” dai battiti sincopati sembra spontaneo (ri)tornare a chiedersi: cos’è che sopravvive del nostro passato? Cosa persiste, cosa riaffiora? Una serendipità di rivelazioni e paure ogni volta diverse e uguali, forse. Qualcosa capace di stimolare le retrovie dell’inconscio neanche fosse il teatrale dimenarsi di un fantasmino pannelliano riemerso dall’aldilà della nostra cattiva coscienza referendaria, come dentro secoli di storie consumate lungo i corridoi del Blair Castle, la bianca e spettrale residenza dei duchi di Atholl edificata nel lontano 1269. Disvelando, infine, il suggestivo girovagare alla ricerca di Harperfield in una insoluta storyline di malcelati segreti, un qualcosa di fatalmente finito e perciò rimpianto. Che so già mi mancherà moltissimo. “And yet you still call this design no…From the only one who knows I’ll think I’ll give the emperor back his clothes.”   

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Voto degli utenti: 7,2/10 in media su 3 voti.
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motek 6/10

C Commenti

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woodjack (ha votato 8 questo disco) alle 9:57 del 14 giugno 2016 ha scritto:

questa l'aspettavo! anzi l'avrei scritta io prima o poi, ma sono contento che l'abbia fatta tu meglio di quanto avrei potuto fare io... e ti dirò che condivido tutto, dalle riflessioni sull'artwork (per me sempre significativo), fino alle considerazioni sulla memoria. Altrove a questo disco è stata affibbiata l'etichetta folk, tra le altre. Probabilmente nell'estetica del "ritorno a casa" (come radice primigenia, quasi uterina) c'è un'idea di quella matrice, come pure nello sviluppo delle canzoni, dalla struttura aperta, votata alla narrazione, ma l'essenza è davvero di un cantautorato che si tinge, anzi si nutre di baroque-pop, senza mai eccedere, vive di melodie mai banali con naturalezza e spontaneità sorprendenti, e una ispirazione quasi sempre ad alti livelli. Nella mia personale top 5 di questa prima metà 2016.