Emma Pollock
The Law Of Large Numbers
Posso dirlo con sincerità: non sono mai stato un amante della matematica, ed i numeri non mi hanno mai appassionato, sebbene i casi della vita mi abbiano portato ad intrecciarmi più volte con loro.
Le teorie riguardanti il calcolo delle probabilità possono trovare plausibili riscontri, ed a lungo andare eventi mai verificati si tramutano in clamorosamente possibili.
È la legge dei grandi numeri, rispolverata da Emma Pollock per dare il titolo al proprio secondo lavoro come solista, ad oltre due anni di distanza dal solo debut “Watch The Fireworks”, e soprattutto a seguito della brillante presenza nella line-up dei Delgados, la fondamentale indie rock band scozzese attiva fra il 1994 ed il 2005 con all’attivo cinque album in studio.
“The Law Of Large Numbers” rappresenta il ritorno di Emma nel catalogo della Chemikal Underground, etichetta che ha contribuito a far nascere e prosperare, e dalla quale si allontanò per il precedente “Fireworks”, approdando temporaneamente in 4AD.
I territori entro i quali si muove l’artista scozzese sono quelli tradizionalmente melodici e di facile accessibilità, con qualche puntatina convinta verso un pop leggermente sporcato, nel quale la Pollock riversa tutte le proprie potenzialità di songwriter.
La produzione è affidata al marito Paul Savage, altro ex Delgados, per i quali si occupava di picchiare su pelli e tamburi.
Emma si muove con scaltrezza fra mezzi capolavori acustici (“The Child In Me”) e repentine pulsioni pseudo commerciali (“I Could Be A Saint” potrebbe essere davvero un fenomenale singolo da MTV Brand New), fra i torpidi languori di “Chemistry Will Find Me” e “Letters To Strangers” e l’urgenza di “Red Orange Green”.
I due brevi intermezzi strumentali posti ad inizio e fine disco (entrambi intitolati “Hug The Piano”) ed i sicuri svolazzi pianistici di “House On The Hill” la avvicinano non poco agli approcci più intimistici della migliore Tori Amos.
In altri casi si evidenziano le inflessioni vocali della Pollock, scarnificando di proposito gli aspetti musicali (è il caso della scheletrica “The Loop”) oppure si inserisce la giusta dose di elettronica per arricchire le trame fondamentalmente acustiche di “Confessions”.
Ma all’occorrenza la cantante / chitarrista sfodera la grinta e l’obliquità necessarie per rendere ancora più multiforme “The Law Of Large Numbers”, come nel caso della ritmica “Hug The Harbour” e delle felici divagazioni sensual d’antan che caratterizzano “Nine Lives”.
Niente di nuovo sotto il sole, beninteso, ma siamo al cospetto di un album ben progettato, ottimamente suonato, e soprattutto di una delle migliori voci femminili che il panorama indie internazionale sia in grado di sottoporci oggi.
Un altro mattoncino posto a lastricare un percorso artistico di assoluto rispetto, in attesa del fatidico terzo album solista, proverbialmente ritenuto quello della verità, il quale ci rivelerà se la signora Pollock potrà essere inserita definitivamente nel gotha dei grandi.
Con buona pace di tutti coloro che, come me, non sono mai riusciti ad appassionarsi seriamente ai teoremi matematici.
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