I'm From Barcelona
Forever Today
Mi fossi trovato Emanuel Lundgren, un anno fa, a suonare per i cantoni di una città x qualunque a latitudine y e longitudine z, gli avrei offerto da bere e avrei consigliato, a lui e agli altri ventisei squinternati che si porta dietro, la visione di un bel film escatologico. Che ne so, Fuga per la vittoria. Oppure, un po’ meno serio, Prendi i soldi e scappa. No, no, sentite: Mission. Così dietro, oltre al promemoria esplicito di permettere ai musicisti più bravi ed estrosi del collettivo I’m From Barcelona la possibilità di sfuggire dal pantano di vuotezza artistica piombato addosso da “Who Killed Harry Houdini?” in poi, si sarebbe potuto leggere anche un altro consiglio, molto più implicito: riprendetevi un messaggio. Tornate a comunicare qualcosa. Piantatela di fare i coglioni per status quo e cercate di riassettare le coordinate di un indie pop grossomodo passabile, visto che da voi non ci si aspettano particolari sofismi intellettuali. Mi avrebbe guardato stordito? Avrebbe capito qualcosa del mio anglo-veneto smozzicato in fretta e furia? Avrebbe mollato la pina colada improvvisando un beatbox su base anni ’80? Solleticate la vostra particolare fantasia con ciò che volete. Perché ora, sostanzialmente, discuteremo del recupero in zona Cesarini di un gruppo ormai bello che perduto nelle menti di mezza (mezza?) critica musicale.
Baffuto e rossocrinito come la peggiore proiezione nerd da voi mai immaginata nel corso della vostra vita, Lundgren abbandona il decentramento del precedente “27 Songs From Barcelona”, spropositato esperimento e tentativo estremo di rilanciare una carriera compromessa con pieno imprimatur ad ogni membro della band – rischiando, nel contempo, una figuraccia egli stesso – e riduce il nocciolo dell’argomento all’osso, tornando ad trasmettere come dominante la propria voce in capitolo all’interno dell’economia del collettivo. “Forever Today” è, dunque, di primo acchito, una forte riaffermazione personale. Lo spasmodico desiderio di ritornare alle fonti dell’esordio, quando il complesso era bipartibile in lui – tutti gli altri. Non quella che si dice una carineria verso i propri compagni, alcuni dei quali dimostratisi peraltro, professionalmente parlando, decisamente più interessanti. Tuttavia, il triplo salto carpiato all’indietro ha un suo senso. Anzitutto, perché la ritrovata coesione tra le varie componenti – quella più dance, la frangia rock, il manipolo legato al folk, gli inguaribili amanti delle torch songs – permette la stesura di canzoni essenziali, fresche, d’impatto. Inevitabilmente pensato per una fruizione ampia ed immediata (mezz'ora appena in totale), il disco gira attorno al cadavere di certo smielato modo di pensare l’indie e ne fotografa le parti migliori, lavorando ottimamente di sintesi e furbizia.
Probabilmente risulterà forzato anche quest’altro estremo, la ricerca della solarità sopra ogni cosa, laddove invece lo zibaldone precedente – pur nella sua fragilità e nel trionfo di difetti che lo accompagnava – lasciava intravedere oscurità niente male. Dall’inconfondibile twee d’apertura di “Charlie Parker” (Loney, Dear con batteria elettronica) sino allo struggente lento della title-track, è infatti un tripudio di cori, strumentazione, motivi elementari in sovrapposizione. Per qualche istante, specialmente quando irrompe sulla scena la tromba, si ritorna con la mente a certi, vecchi Architecture In Helsinki: impressione fugata dalla certezza oggettiva della non paragonabilità artistica dei due termini. I pezzi, intanto, rimangono. Ed alcuni sono anche particolarmente riusciti, come la malinconia yè-yè di “Always Spring” che butta in mezzo alla caciara i Belle & Sebastian più umorali, il diretto richiamo di “Come On” agli esordi fumettosi, l’inno esistenziale “Get In Line” interamente incernierato sulla fascinazione per il sintetico anni ’80 (v’è qualcosa, alla lontana, dei Saint Etienne) e la più elaborata “Game Is On”, piccolo musical in crescendo con un pregevole e sottile sfumato di fiati.
Niente più di questo. Ma, se permettete, visto che veniva a mancare anche il minimo sindacale, è già un discreto passo avanti.
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