R Recensione

8/10

Jeremy Warmsley

How We Became

Per parlare di How We Became, secondo album del giovane Jeremy Warmsley, conviene partire dalla fine.

E la fine si chiama Ceremony, celebre pezzo dei New Order, che come una dichiarazione finale di intenti e di poetica ci si para davanti dopo tredici brani di pop cantautoriale raffinato, elegante, giocoso e, evidentemente, ragionato. Una cover questa che mostra una cognizione di causa ben precisa, nonché un omaggio chiaro e fuori dai denti ad una band che non ha cessato per un attimo, in questi anni zero, di fare proseliti e di riempire le orecchie dell’ascoltatore di pop elettronico e indie-pop. Jeremy esplicita tutto questo, e lo fa una volta per tutte, modellando Ceremony in una versione decisamente più pop dell’originale, con tanto di vocalizzi soul e partiture di pianoforte. Rimane però il ricordo e l’aura di un’epoca indimenticabile e, a questo punto si può dire, fondamentale della storia della musica contemporanea: gli anni ’80, quelli della new wave, anche di quella più danzereccia e frivola.

Ma passiamo ai brani precedenti. Sembra proprio che Warmsley abbia voluto dar vita all’album indie-pop (anche se è decisamente riduttivo definirlo così) perfetto e definitivo. Le esperienze degli ultimi dieci anni, dagli Architecture in Helsinki agli I&Fused, da Sufjan Stevens a Jens Lekman,da Merz ai Beirut, sono assorbite e metabolizzate, per poi essere rielaborate in forme non nuove, ma sicuramente personali e mediate.

Basta partire dalla prima Lose My Cool per trovarsi in un mondo che non accetta compromessi: o lo si accetta, beccandosi il ritornello pop-rock e la linea sfrigolante di synth che imperversa lungo tutto il pezzo, o lo si rifiuta bollandolo come innocuo trastullo melodico. Mi pare il caso, lo premetto, di non fermarsi ottusamente a questa seconda opzione, proseguendo con la seconda Sins (I Try) senza pregiudizio alcuno.                                                                                                                                                                                                                     Un morbido incedere, quasi vellutato, caratterizza un secondo brano capace di mostrare l’altra faccia di Warmsley: quella della raffinatezza e dell’eleganza, entrambi elementi imprescindibili nelle sue composizioni. A chiudere il trittico iniziale arriva la splendida How We Became, con la quale è impossibile non drizzare le orecchie alle tante suggestioni presenti. La commistione tra elettronica e cantautorato, tra spensieratezza indie e pop d’autore ne fanno qualcosa di piacevolmente multisfaccettato e poliedrico, un ascolto coinvolgente e con un suo preciso perché. Si prosegue attraverso ottimi esempi di pop con la zampettante 15 Broken Swords, la beatlesiana Turn Your Back, l’elettro folk arioso di Waiting Room, la radioheadiana Pressure e le ballate pianistiche di I Keep The City Burning e Craneflies.          Tenuta appositamente per ultima citiamo ora l’altra gemma di questo ottimo album, la bellissima Dancing With The Enemy, altro esempio di eccentricità e creatività, dove a toni del tutto frivoli si affiancano momenti di maggiore intimità e spessore, con il risultato di non annoiare mai grazie proprio ad una struttura multiforme ed imprevedibile.

Apprezzabilissima prova da parte di Jeremy Warmsley quindi, che con il suo How We Became prende due piccioni con una fava: se da una parte monitora e trascrive lo stato del pop da qui a dieci anni fa, dall’altra traccia le coordinate per chi proprio sul pop volesse puntare in futuro.

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 2 voti.
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REBBY 6/10

C Commenti

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REBBY (ha votato 6 questo disco) alle 18:38 del 7 gennaio 2009 ha scritto:

Proposta interessante, come lo è quella dell'ultimo

album di Eugene Mc Guinness (non ancora recensito);

anzi un po' meno a dire la verità. Il mio brano

preferito è l'elletro folk arioso di Waiting room.