R Recensione

6/10

Julien Ribot

Vega

Anche la Francia ci prova, e cerca di farlo con classe. Julien Ribot, grafico, cantante e compositore, inizia la sua carriera musicale nel 2001 con l’album Hotel Bocchi, per poi aggiungervi nel 2004 un secondo lavoro, La Métamorphose de Caspar Dix. A distanza di quattro anni esce per la Ici D’ailleurs il suo terzo album in studio, Vega, ennesimo esempio dell’indie pop colorito, gonfio, poetico e a tratti psichedelico dell’artista francese. Il tentativo di tenere il passo con la scena anglofona è evidente (e a tratti riesce ad evocare il simile tentativo italiano di The Softone), anche se intervallato dalla personale ambizione di Ribot di dipingere, a pennellate forti e nette, paesaggi di indubbio sentore kitsch, gonfi, brulicanti e, va detto, non sempre inappropriati.

Prendiamo per esempio le prime cinque tracce e iniziamo ad assaporare l’arte di Julien. I rimandi al pop dei Kinks e dei Love si mescolano con quell’indie pop che ci siamo abituati ad ascoltare nel nuovo millennio (per esempio l’ultimo di Goldfrapp, i Lightspeed Champions, gli Stars, i Saturdays Look Good To Me...), costituendo un ibrido ormai assodato e per molti versi abusato.

Ad ogni modo l’apertura di Super Aaah è avvincente,il proseguo spensierato ed infine il ritornello, che sfocia in un’enfasi pericolosamente sul filo del rasoio, impropriamente pomposo. Il pizzicare le corde, lo spezzare i tempi con battiti secchi e rapidi, l’arrangiamento poetico e la voce raccolta in un intimismo malinconico fanno della successiva Nouveau Chimpanzé un buon pezzo pop incapace però di stupire eccessivamente; stesso discorso per Mon Extraterrestre, meritevole però di trovate melodiche (a partire dal motivetto di piano) di certo frutto della mente di un valido musicista. Lo scattante brano successivo innalza la qualità di quanto finora ascoltato, la quale però viene subito frenata dall’elegante e sontuosa, ma nata vecchia, 1982. Il kitsch più bieco arriva poi con Amour City, filastrocca surrealista e infantile che scomoda un’enfasi eccessiva, un’estetica barocca che stona inevitabilmente.

Le ambizioni non si fermano, continuando nel pasticcio psichedelico di Le Reve de Tokyo e poi in tracce come La Chambre Renversée e Coco Feeling, le quali non sono altro che un riciclaggio dei brani fin qui sentiti. Piacevoli eccezioni sono le due tracce conclusive (Vega Part 1 e 2), slanciati inni pop dove elettronica, enfasi, approccio sognante e toni futuristici si intersecano per bene.

Insomma, si tratta di un lavoro sicuramente non banale, neppure semplice e nemmeno così scontato. Ma le ambizioni di Julien Ribot non riescono a consolidarsi in qualcosa di davvero originale, arenandosi invece in un’esuberanza ed eccentricità capaci tuttalpiù di “fare l’artista”, non l’opera d’arte.

V Voti

Nessuno ha ancora votato questo disco. Fallo tu per primo!

C Commenti

Non c'è ancora nessun commento. Scrivi tu il primo!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.