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R Recensione

8/10

L'Altra

Telepathic

Se non conoscete i L’Altra, sappiate che quasi vi invidio, perché avete la vergine possibilità di lasciarvi cogliere dalla sorpresa di aver scoperto una delle più riuscite esperienze di sublimazione del pop che il mondo musicale contemporaneo abbia mai prodotto. Dopo quel piccolo grande gioiello che fu In the afternoon” (2002, e per me nella TopFive di quell’anno), follow-up di un debutto altrettanto brillante (Music of a sinking occasion” del 2000), Different days” (2005) dimostrò di essere ben più che una semplice conferma, risultando all’epoca un album riuscito sotto tutti gli aspetti e in grado di toccare il vertice della vicenda artistica della band statunitense.

Risulta sempre difficile credere che i due detentori del nome L’Altra siano stati a lungo sentimentalmente legati e che la band sia stata formata solo dopo il naufragio del loro rapporto, vista l’enorme affinità musicale ed emotiva che traspare. Anzi risulta ancora più incredibile sapere che questa musica scaturisce proprio dai contrasti fra i due (non a caso per questo nuovo “Telepathic” abbiamo dovuto attendere ben sei anni).

Eppure anche oggi che hanno cambiato ancora una volta etichetta (da Aesthetics a Hefty e infine Acuarela) questa empatia rimane evidente. Le nuove idee sonore sviluppate dal cantante-chitarrista Joseph Desler Costa (autore, nel 2008, del bel “Lighter Subjects” a nome Costa Music) e dalla cantante-tastierista (impegnata anche al Wurlitzer e al piano Rhodes) Linsday Anderson, ancora una volta ruotano attorno ad una elaborata idea di (indie) pop senza fretta, dilatato, fatto di sottigliezze mai leziose ma orientate a definire equilibri sonori all’interno di canzoni dal sapore vagamente folk seppur innervate di innesti di microelettronica. A dar man forte anche Joshua Eustis, multistrumentista dei geniali Telefon Tel Aviv e dei Sons Of Magdalene, che molto del proprio bagaglio stilistico traghetta nei L’Altra. “Telepathic” si lascia amare subito per la tensione emotiva che già a partire dalla soave e ariosa melodia di Big Air Kiss, con tanto di violoncello a scandire attimi di irripetibile Eden.

Il suono è sempre ricercato, strutturato, complesso (ma non esasperato) e le voci lavorano in modo splendido, rincorrendosi, rubandosi la scena, sostenendosi l’un l’altra, attraverso un percorso che denota tutta la densità sensoriale: in Boys (un brano del quale godrebbe Thom Yorke, ne sono certo) questo raffinatissimo lavorio raggiunge il suo vertice. Molto spesso a svolgere un ruolo chiave nella risoluzione delle melodie lo gioca proprio il pianoforte, ovviamente rifuggendo qualsiasi virtuosismo. Quello del duo dell’Illinois non è post-rock, sebbene spesso venga derubricato sotto quell’etichetta, principalmente per la vicinanza alle atmosfere dei Bark Psychosis, degli Slowdive di “Pygmalion” o dei Talk Talk portatori dello Spirito dell’Eden.

Il loro piuttosto appare essere quasi un anti-rock, pur rimanendo rigogliosamente ritratto nella forma-canzone. Le intime immersioni nel rifulgere di luci sommesse, descritte in modo così emozionale da brani come When The Ship Sinks (la voce-musa di Lindsay Anderson scioglie l’anima), Black Wind (uno dei brani di maggiore intensità del lavoro), Either Was The Other’s Mine (quasi da lacrime), riescono a distogliere l’ascoltatore da qualsiasi frenesia del mondo circostante, abbandonandolo ad uno stato di eccitata sospensione temporale. Winter Lovers Summer Sun è un’altra composizione centrale non solo di “Telepathic” ma dell’intera discografia dei L’Altra, con dei minimali riff di chitarra e con le due voci in perfetto bilanciamento. A ritrovarli dopo tanti anni di distanza mi sembra come se il tempo passato sia minore, forse anche perché a catturare la loro eredità e a portarla avanti, seppur per altre vie, c’é stato The Album Leaf: uno dei pochi a mio avviso accostabile alla sensibilità che la coppia Costa & Anderson, o Anderson & Costa che dir si voglia, ha saputo sviluppare.

Ciò appare quasi tangibile, verso la fine del lavoro, nella vaporosa This Bruise. Con la title-track (un senso di magico nell’aria) e la ripresa del breve tema “da colonna sonora” iniziale di Dark Corners, altissima si conclude, questa esperienza di “comeback” e ancora una volta con quell’intimo desiderio che non debba, ancora una volta, trascorre molta della nostra vita senza questi suoni, senza i L’Altra.

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C Commenti

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Filippo Maradei alle 13:12 del 10 febbraio 2011 ha scritto:

Gli ho dato un primo ascolto, completo ma frettoloso: l'ossatura strumentale è buona (i capolini del violino, alcune partiture pianistiche, il soft-jazz di paese dell'apertura e della chiusura), semmai a non convincermi affatto sono le voci, troppo timide e trasparenti; addirittura nelle parti cantate da lei, m'è sembrato a tratti di sentire una (insulsa) somiglianza con gli Eurythmics... Per il momento il giudizio è congelato, ma mi permetto di consigliarti l'omonimo degli XX, visto che ti piace il genere: se non lo conosci, recuperarlo potrebbe essere un'idea grandiosa.

fabfabfab alle 16:42 del 10 febbraio 2011 ha scritto:

Mi sono sempre piaciuti moltissimo. Il primo albumera un piccolo gioiello a metà tra i Rachel's e i Low. "Different Days" era un disco più completo, è un po' che non lo ascolto ma ricordo che all'epoca lo acquistai in vinile e mi fece impazzire. Questo l'ho sentito un mese fa e mi aveva deluso, mi era sembrato un po "freddo" ... magari riproverò.

skyreader, autore, alle 17:01 del 10 febbraio 2011 ha scritto:

Guarda FabFabFab, vorrei consigliarti vivamente di tornarci sopra. Il nuovo album mi sembra l'esatta prosecuzione del concetto musicale sviluppato da "Different Days". "In The Afternoon" lo conosci vero?? "Telepathic" sulle prime può forse apparire meno "comunicativo", ma ti garantisco che ha molto da dire.

Per Filippo: sulle voci non so che dirti, io trovo sublime l'afflato delle due voci. La cosa che proprio non capisco è cosa ci trovi in comune tra le morbide timbriche della Anderson e quelle della Lennox così soulful e powerful.

Pur avendo gusti moooolto diversi fra loro, c'è sicuramente un angolino dentro di me che combacia perfettamente con questa tipologia di sonorità.

Filippo Maradei alle 19:54 del 10 febbraio 2011 ha scritto:

Ma guarda, Stefano, è un discorso d'assonanza più che di timbrica, che comunque riascoltando meglio il disco mi sembra si limiti a pochissimi pezzi; giusto per dirti, "When The Ships Sinks" mi sembra una "I Saved The World Today" formato indietronica... ma rimane comunque una sensazione sottocutanea, nulla di esageratamente marcato.

Diversa questione per le voci: l'afflato che dici tu io lo vedo come una semplice sovrapposizione-riverbero di due toni vocali, tra l'altro, pure piuttosto piatti e insignificanti; perdona l'insistenza, ma se ascolti bene l'album degli XX che ti dicevo prima, noterai sicuramente anche tu uno spessore maggiore negli intrecci di voci. Peccato, perché strumentalmente era un lavoro valido.

salvatore alle 21:29 del 10 febbraio 2011 ha scritto:

Le voci timide e trasparenti... mmmhhh mi ispira. questo me lo segno. Basta che non siano troppo elettronici, per questo mese ho già dato

Quando potrò ascoltarlo, non lo so... Prima forse dovrei riuscire a respirare e a dormire...

Bella recensione comunque!

ah... e saluti a tutti!

rubens alle 13:16 del 23 febbraio 2011 ha scritto:

Mmm

Non lo so Stefano: a mio parere lo status di quattro stellette è esagerato, se attribuito a poche settimane dalla release: quattro stelle ci stanno solo dopo un anno-due di continui ascolti o con la certezza dettata da un sesto senso superiore. Non credo ai voti di fiducia, "sulla" fiducia, sull'esaltazione del momento.

skyreader, autore, alle 13:26 del 23 febbraio 2011 ha scritto:

L'hai detto: "sesto senso superiore". Talvolta esiste... e di tanto in tanto, tocca a me. E' lecito dare quattro stelle, dopo averne mandate giù tante per dischi il cui valore è sfumato nel giro di pochi ascolti. Complimenti per la citazione, comunque... E fosse per me IL VOTO AI DISCHI lo toglierei dalla faccia della terra: bisogna leggere le recensioni e capire quelle. Uno sforzo di scrittura dovrebbe essere supportato da uno sforzo di lettura non teso alla semplificazione.

ozzy(d) alle 13:30 del 23 febbraio 2011 ha scritto:

L'hai detto: "sesto senso superiore". Talvolta esiste... e di tanto in tanto, tocca a me.

beato te, io al massimo arrivo al quinto e mezzo come dylan dog ghghgh

rubens alle 13:36 del 23 febbraio 2011 ha scritto:

Ah, ma quindi vedi anche la gente morta ?

skyreader, autore, alle 13:43 del 23 febbraio 2011 ha scritto:

Diciamoci la verità...

...almeno noi che scriviamo recensioni. La verità ultima è che il miglior recensore al mondo è il tempo. Il tempo che passa sui gusti e sui dischi. Più ne passa, più si ritorna sui dischi, più il lavoro si stempera dal suo "effetto sorpresa", più assume un valore concreto, oggettivo, contestualizzato. Sempre di più mi fido dei dischi usciti da almeno quattro-cinque anni. Mi fido dei dischi che si possono valutare in prospettiva, per i quali anche lodi e critiche hanno assunto un approccio più uniforme, meno volubile. Il problema è che pur bisogna parlare delle novità: e diviene difficile, pur leggendo tanto e scrivendo molto, esprimere un valore il più possibile definitivo su un'opera, sia che questa piaccia, sia che questa non piaccia. Sicuramente mi rendo conto che è lecito esprimere dubbi o lodi, ma che assegnare un voto è sempre più un grosso azzardo. Io preferirei farne a meno. Ma qui non si può... e neppure da altre parti a dire il vero. Quindi si sta al gioco: ma bisogna continuare ad essere molto accorti in fase di descrizione. Fortunatamente Storia della Musica offre delle recensioni che spesso hanno il solo difetto del voto finale. Per il resto il livello di scrittura medio mi sembra molto alto.

fabfabfab alle 16:07 del 23 febbraio 2011 ha scritto:

Mi sono addormentato ....