Owen Pallett
Heartland
Ed ecco che, dopo 5 anni di attese, rimandi, false annunciazioni, il nuovo lavoro di Owen Pallett ha visto finalmente la luce. Una lunga gestazione dunque, iniziata nel 2006, periodo in cui l'artista canadese si era già fatto conoscere dando alle stampe due lavori (Has A Good Home e He Poos Clouds) sotto le spoglie di Final Fantasy.
Una lunga gestazione che però ha sicuramente dato i suoi frutti, ripagandoci dell'attesa con un lavoro ricco, sontuoso, ammaliante e dal grande potenziale artistico.
La provenienza canadese non deve trarci in inganno, la combricola dei patiti della scena indie canadese non si illuda di ascoltare l'ennesimo lavoro à la Arcade Fire: sebbene infatti emerga la predilezione tipicamente “barocca” propria dell'indie di queste zone, siamo qui di fronte ad un esemplare di innovativo pop da camera che cerca altrove le sue fonti di ispirazione.
Partiamo dalla fine.
Ai più sarà, purtroppo, sfuggito un personaggio che nel 2008 diede alle stampe un disco splendido. Si tratta di Simon Bookish, il quale con il suo Everything/Everything diede vita ad una magnifica creatura art-avant-pop (neologismo presuntuoso, lo so) dagli arrangiamenti azzardati, i quali parevano assemblati come samples, andandosi ad affiancare perfettamente alle numerose partiture elettroniche.
Cominciando dall'inizio non possiamo che citare Patrick Wolf, sicuramente uno degli artisti che meglio ha saputo escogitare una forma futuristica e rivoluzionaria di intendere il pop, facendolo sconfinare in territori inesplorati ed alieni, amorfi ed azzardati.
Ed eccoci a Owen Pallett, naturale prosecutore della scia (perché di scia si tratta, non di una vera e propria scena) di questi due artisti. Pallett riesce a personalizzare fortemente la sua opera, rinunciando alle divagazioni post-umanoidi di Wolf e alle spigolosità avant di Bookish, per dedicarsi alla creazione di un ibrido dai toni classicheggianti, dove gli elementi da camera, le partiture per orchestra, gli arrangiamenti, si fanno più presenti e più eleganti, diventando il vero perno atttorno a cui si sviluppa la sua musica.
L'apertura di Midnight Directives dipana uno ad uno gli elementi che hanno fatto maturare il suono di Pallett: agli arrangiamenti che già ci avevano deliziato in He Poos Clouds si aggiunge un'impalcatura elettronica capace di impreziosire le splendide ariee orchestrali, caparbie e avvincenti, di cesellati effetti e leggeri patterns ritmici. Così Keep The Dog Quiet si fa avanti tra nebbioline di synth e partiture sincopate disciolte in arie di archi inserite obliquamente a contrappuntare costruzioni sonore mozzafiato, con la classe di Joanna Newsom ma con una bella dose di urgenza espressiva in più. L'intermezzo di Mount Alpentine riporta incredibilmente in vita il Tim Buckley di Starsailor, per poi rituffarsi nella ballad rigonfia di Red Sun No.5, con i suoi sali-scendi vaporosi e soffici, vagamente psichedelici e narcotizzanti.
Ed ecco Lewis Takes Action a dare compiutezza a questa prima metà album con una composizione dove Owen Pallett dimostra una maestria con pochi eguali nel padroneggiare arrangiamenti ad incastro dal sensazionale potenziale melodico. E badate bene che non ci sia accontenta di un'orchestra qualunque: la Czech Philarmonic di Praga si mette a disposizione del genio di questo giovane artista, il quale dimostra di sapere come servirsi di ognuno dei suoi elementi. La cosa che stupisce maggiormente a questo punto è come si riesca a dare leggerezza a questo sovraccarico di elementi e di sperimentazioni: l'attitudine indie di un Beirut va ad aggiungersi senza sfigurare alle altre disparate influenze.
The Great Elsewhere mette in primo piano un veloce campionamento elettronico, un'anima glitch fatta di secchi fruscii e una ritmica meccanica, riempendo presto ogni spazio con la solita caparbia abilità compositiva. Seguono Oh Heartland, Up Yours!, incredibile nel suo volteggiare su spazi ampi e limpidi, la vorticosa Lewis Takes Off His Shirt, altro esempio di electro-pop classicheggiante capace di aprire orizzonti sonori da pelle d'oca, in un levare dominato dai crescendo orchestrali, lanciati sempre più in alto per spegnersi all'improvviso, accompagnandoci in una morbida caduta.
Come non citare poi la fanfara di Flare Gun, il neoclassicismo di E Is For Estranged, capace, con il suo valzer finale, di riportare alla mente il migliore Yann Tiersen.
Ci si saluta infine con la slanciata Tryst With Mephistopheles, sorretta da una corposa linea di basso e tempestata di fitte partiture per archi, fiati e strumenti elettronici.
Owen Pallett è riuscito in un'impresa ammirevole, dando vita ad un moderno stile neoclassico capace di tenere conto degli ultimi sviluppi della musica tutta, sfornando un album oltremodo ambizioso, senza cadute né buchi nell'acqua.
Gemma dopo gemma ecco che prende forma questo impeccabile Heartland.
Già tra i dischi dell'anno, per me. Vedremo come andrà a finire, intanto godetevi questo gioiello!
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